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Per la morte di Alceste Campanile
E’ stato ucciso nel modo più feroce e crudele, in una stradina di campagna della nostra provincia,
Alceste Campanile, di 22 anni, militante di Lotta Continua.
E' stato sepolto il 14 giugno con rito religioso — ma senza messa — nella Chiesa dei Cappuccini
della città, benché «ateo e materialista» (come di solito i nostri uomini di chiesa definiscono i
militanti di sinistra, soprattutto se extraparlamentari).
Ha seguito il rito un corteo funebre ma insieme politico per le strade della città, in quello ore
rigurgitante di giovani.
In alcuni lo conoscevamo, anche se solo di vista, ma abbiamo sentito prima di ogni altra
considerazione l'obbligo di partecipare.
Come credenti ci ha colpito la formalità del rito, l'assenza di vita, il silenzio di quelle parole che
dovevano essere di fede, davanti a un morto che pure urlava impegno di vita e di lotta, desiderio di
vivere e di lottare. E non si tratta beninteso di accuse o altro al celebrante, ma semmai a noi stessi
che (partecipi della chiesa e della coscienza cattolica comune) tutti abbiamo contribuito a svuotare
di significato le nostre stesse parole, non essendo stati capaci di proclamare nei fatti l'annuncio del
regno di Dio che è venuto.
Le nostre parole, i nostri gesti di quando preghiamo, di quando viviamo la nostra fede, non ci
esprimono più, non significano nulla, perché il contenuto è distante da essi; perché il filo di una
liturgia che dovrebbe costituire le forme sempre rinnovate nelle quali si esprime con una fede che
viene da lontano una vita nuova, sembra spezzato una liturgia che non sa più né leggere né
esprimere i fatti della vita e della storia.
Non è stato bello accorgersene (caso mai per un attimo) solo davanti ad un avvenimentocosì grave, improvviso e sconvolgente come il cadavere di un giovane compagno vittima di un orribile crimine fascista.
Una vita, la nostra, che abbiamo sentito come dissociata in se stessa, e non per avere separato la
fede dalla politica o riconosciuto l'autonomia della scienza, bensì molto più semplicemente, per
avere poco o inadeguatamente operato per un mondo nuovo, per una società migliore, nella verifica dei fatti.
Si trattava di dolore e di rabbia sinceri che ci hanno accomunati a migliaia di altri giovani in un
corteo di dolore, di rabbia, di bandiere rosse: noi fra loro senza nessun carisma particolare,
stesso dolore, la stessa rabbia, lo stesso senso di frustrazione, lo stesso desiderio di lottare come segno e ricerca del nuovo, un po' di speranza ostinata.
La speranza/certezza del cristiano che vede Cristo morire anche in Alceste e sa per questo della sua resurrezione; la speranza/certezza che anche questo sacrificio servirà (ma sappiamo veramente leggere i segni anche con gli occhi della fede? ) a creare cicli nuovi e terre nuove, come la vita spezzata di ogni assetato di giustizia.
Ma con questo qualcosa che ci si era spezzato dentro e che non sappiamo dire che malamente, ci sono venute alla mente alcune brevi considerazioni.
A che serve — e il cristiano in questo è bravissimo — piangere e dolersi sempre dopo, aspettare che le cose siano successe e poi pregare quando occorrerebbe lottare prima contro questa negazione della storia, dell'amore e della croce di Cristo che è il fascismo? Quando occorrerebbe impedirgli prima di uccidere rimuovendo gli ostacoli che si frappongono alla marcia di un popolo verso la sua liberazione? Abbiamo provato anche tutta l'amarezza per il peso dei peccati che la nostra chiesa ha accumulato nella sua lunga prostituzione storica al fascismo. Un peccato che dura ancora nella coscienza comune del cattolicesimo italiano, a volte sotto forme diverse: e non solo nel rimpianto palese del passato o nella connivenza, ma anche nell'autoritarismo, nel settarismo, nel rifiuto del dialogo, nel rifiuto della cultura e della scienza; a volte mascherato dietro la pretesa di un anticomunismo che si vorrebbe caricare di nobili e ideali motivazioni quale la esaltazione idolatrica di una libertà che è pura astrazione verbale e ideologica quando è separata dalla giustizia. Una libertà dietro la quale possono stare tutto e tutti: tanto le grosse parole quanto i piccoli uomini, tanto gli egoisti comuni quanto i grossi filosofi, tanto chi soffre quanto chi opprime. E Dio stesso diventa a questo modo una pura astrazione verbale e ideologica. Proprio per questo ci sono tornate alle labbra le parole dei profeti, di Cristo, degli apostoli. A che serve moltiplicare le parole o i sacrifici, ripetere «Signore Signore»? Amiamo piuttosto i fratelli in spirito di carità e di uguaglianza, affinché scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne.
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