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1975 - Ombre Rosse (I - nuovo) Stampa E-mail
domenica, 10 luglio 2005
Ombre Rosse n.11-12  - novembre 1975, Savelli
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Nel Novembre 1975, la rivista Ombre rosse pubblicò tre pezzi dedicati ad Alceste. Ombre rosse era la rivista bimestrale dei Circoli ottobre ed aveva in Goffredo Fofi uno dei suoi animatori di spicco.
Il primo testo è un ricordo di Alceste, che pur essendo firmato "Gli amici di Alceste" ritengo sia stato scritto da Fofi.
Il secondo è il documento che Alceste scrisse come base analitica e teorica per la futura attività del Circolo ottobre a Reggio Emilia. Le foto a commento apparvero sullo stesso numero della rivista (sono di Giovanna Calvenzi e Toni Thorimbert) e si riferiscono alla festa di musica e politica Parco Lambro1975.
Il terzo è una poesia di Giovanni Raboni che Alceste stava musicando. (willer barbieri)


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Alceste

L'articolo di Alceste Campanile che pubblichiamo era destinato originariamente a un bollettino del Circolo Ottobre di Reggio Emilia, di cui Alceste era responsabile, e aveva lo scopo di fornire ai compagni di Reggio spunti per una discussione generale sui problemi dei giovani, che servissero alla individuazione di possibili interventi. Alceste stava preparando per «Ombre rosse» un'inchiesta specifica sulla condizione giovanile nella «zona delle ceramiche», cioè nel comprensorio della provincia di Reggio e di Modena che ha per centro Sassuolo, dove l'industria delle ceramiche è fiorente e assorbe centinaia di giovani proletari. Questa inchiesta avrebbe dovuto far parte di quella serie di inchieste sulla condizione giovanile in Italia, di cui le prime vengono stampate in questo numero. Ma anche altri avrebbero dovuto essere, nei progetti comuni, i modi di Alceste di contribuire alla crescita della rivista, alla individuazione della sua funzione, alla elaborazione delle sue riflessioni. E resta in tutti noi, in tutti coloro che sono stati vicini ad Alceste e ai quali Alceste è stato vicino, il senso di una perdita irrimediabile, di una scomparsa tanto più tragica quanto più essa riguarda un compagno dalle straordinarie possibilità di comunicazione, di entusiasmo, di invenzione, di crescita. E se è vero che non è giusto mitizzare nessuno, è però altrettanto vero che le qualità di Alceste, le sue doti umane e intellettuali, la sua capacità di stare con gli altri e di capire gli altri, erano, a nostro parere, estremamente rare anche tra i compagni migliori.
Alceste è morto a 22 anni, ucciso nella notte dal 12 al 13 giugno, tre giorni prima delle ultime elezioni. Chi ha ucciso Alceste, nelle stesse settimane in cui altri compagni trovavano la morte per mano fascista e poliziesca, a Milano, a Torino, a Firenze, sapeva di uccidere un militante che, per i suoi compagni, per i suoi tanti amici, rappresentava un punto di riferimento esemplare. Perché Alceste era in qualche modo rappresentativo di un modello di militante che sa congiungere nelle sue scelte le esigenze della lotta di classe e dell'organizzazione del proletariato con quelle di uno stile di vita «diverso», nuovo.
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Non vogliamo dire che la sua ricerca (che è anche la nostra ricerca, la ricerca di tanti) fosse conclusa e non avesse in sé contraddizioni e incertezze; è anzi proprio questa «inconclusione», il fatto che Alceste ci sia stato strappato irrimediabilmente in questo terrìbile modo, il fatto che la sua esperienza sia definitivamente chiusa e non possa approfondirsi, crescere, confrontarsi con altre, a rendere più acuto il nostro dolore, più profonda la nostra rabbia. Nonostante contraddizioni e incertezze Alceste era uno dei compagni che con maggiore coerenza, ostinazione, slancio, tendeva a quest'accordo tra pubblico e privato, vedendoli entrambi come due facce della stessa ricerca politica.
Le sue scelte di vita, le sue attività, i suoi programmi, la sua disponibilità verso i compagni e in generale verso chiunque gli sembrasse degno di interesse e di dialogo produttivo (considerata fin eccessiva da molti dei suoi amici), i suoi interessi, dimostrano questa volontà, come i suoi colloqui con le persone che più gli erano vicine, e con le quali sentiva di condividere gli stessi problemi e lo stesso progetto. Pur riuscendo a conservare un rapporto intenso con la famiglia (con la madre aveva stabilito un rapporto di reale amicizia), egli aveva costruito una «casa» che divideva con altri compagni, la cui atmosfera era ben diversa da quella dei tentativi di «comune» cui siamo abituati e in cui il passaggio degli amici, il rapporto con gli amici, era determinato da una comunanza di ideali e di attività, una casa in cui si discuteva di politica e si preparavano gli interventi, ma in cui anche si riusciva a «star bene insieme», facendo musica o discutendo di tutto, e affrontando con chiarezza e con calore anche i problemi personali e «privati».
L'attività politica di Alceste si svolgeva soprattutto nella sezione «Compagnoni» di Lotta Continua, negli ultimi tempi attorno alla autoriduzione delle bollette ENEL, davanti all'Istituto Professionale Zanelli dello stesso quartiere, in mezzo agli studenti, e più in generale all'interno di Lotta Continua per la costruzione dell'organizzazione in una situazione difficile come quella reggiana, dove è fortissima l'egemonia del partito comunista, e attraverso la fondazione del Circolo Ottobre per un intervento sui giovani proletari e studenti, che partisse però dalle loro condizioni e dalle loro esigenze reali. Di qui, la necessità dell'inchiesta, la verifica dello «stare in mezzo ai giovani», l'interesse grandissimo per le forme di cultura giovanile nuove e in particolare per la musica. Assieme a tutto questo, c'era anche una attività di studio considerata non secondaria, ma finalizzata ancora agli stessi fini, con l'attenzione portata principalmente, come dimostrano i suoi ultimi esami, alle espressioni della cultura proletaria, e ai loro studiosi più autentici e rigorosi.
La militanza e l'elaborazione di modelli e valori alternativi a quelli borghesi, erano in Alceste tutt'uno, senza che mai prendessero in lui il sopravvento, come accade così spesso, gli aspetti più chiusi della prima o quelli più individuali della seconda: la liberazione collettiva e la liberazione individuale erano la stessa cosa, nonostante le difficoltà oggi esistenti a congiungerli in un 'unica dimensione di lotta. E va ricordata, a scanso di equivoci, la sua insistenza sulla necessità di ricondurre anche i problemi della «liberazione individuale», del «modo nuovo di stare insieme», a una visione proletaria della società, alle esigenze e ai bisogni del proletariato e della sua necessità di organizzazione rivoluzionaria, anche se la sua sensibilità era particolarmente acuta nei confronti delle esigenze e dei bisogni del proletariato giovanile.
Chi ha ucciso Alceste ha voluto anche uccidere in lui una persona che rappresentava queste aspirazioni, che sapeva viverle nella sua pratica quotidiana, e che di conseguenza era coerente ai suoi principi e ai suoi ideali anche nella pratica dell'antifascismo militante, in una zona come quella emiliana dove spesso l'antifascismo è più di bandiera che di sostanza attiva e presente. Dalla sua morte, da cui così profondamente siamo stati toccati per tutti i motivi che abbiamo detto e per l'affetto che Alceste non poteva non suscitare in chi lo conosceva, per il fascino che il suo calore e il suo entusiasmo non potevano non comunicare, noi ricaviamo la lezione di un maggiore rigore nella nostra militanza politica, e anche nella nostra attività «culturale», quale si esprime anche attraverso «Ombre rosse». Nella ricerca di un modo di «far politica» più completo e «integrale», di un modo di vivere e affrontare i problemi della condizione proletaria e giovanile, di tentare l'elaborazione di una cultura dentro il movimento e per il cambiamento rivoluzionario, noi sappiamo di avere vicino Alceste, che Alceste resta tra noi.

Gli amici di Alceste

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