Ombre Rosse n.11-12 - novembre 1975, Savelli
Nel Novembre 1975, la rivista Ombre rosse pubblicò tre pezzi
dedicati ad Alceste. Ombre rosse era la rivista bimestrale dei Circoli
ottobre ed aveva in Goffredo Fofi uno dei suoi animatori di spicco.
Il primo testo è un ricordo di Alceste, che pur essendo firmato "Gli amici di Alceste" ritengo sia stato scritto da Fofi.
Il secondo è il documento che Alceste scrisse come base analitica e
teorica per la futura attività del Circolo ottobre a Reggio Emilia. Le
foto a commento apparvero sullo stesso numero della rivista (sono di
Giovanna Calvenzi e Toni Thorimbert) e si riferiscono alla festa di
musica e politica Parco Lambro1975.
Il terzo è una poesia di Giovanni Raboni che Alceste stava musicando. (willer barbieri)
--------------
Alceste
L'articolo di Alceste Campanile che pubblichiamo era destinato
originariamente a un bollettino del Circolo Ottobre di Reggio Emilia,
di cui Alceste era responsabile, e aveva lo scopo di fornire ai
compagni di Reggio spunti per una discussione generale sui problemi dei
giovani, che servissero alla individuazione di possibili interventi.
Alceste stava preparando per «Ombre rosse» un'inchiesta specifica sulla
condizione giovanile nella «zona delle ceramiche», cioè nel
comprensorio della provincia di Reggio e di Modena che ha per centro
Sassuolo, dove l'industria delle ceramiche è fiorente e assorbe
centinaia di giovani proletari. Questa inchiesta avrebbe dovuto far
parte di quella serie di inchieste sulla condizione giovanile in
Italia, di cui le prime vengono stampate in questo numero. Ma anche
altri avrebbero dovuto essere, nei progetti comuni, i modi di Alceste
di contribuire alla crescita della rivista, alla individuazione della
sua funzione, alla elaborazione delle sue riflessioni. E resta in tutti
noi, in tutti coloro che sono stati vicini ad Alceste e ai quali
Alceste è stato vicino, il senso di una perdita irrimediabile, di una
scomparsa tanto più tragica quanto più essa riguarda un compagno dalle
straordinarie possibilità di comunicazione, di entusiasmo, di
invenzione, di crescita. E se è vero che non è giusto mitizzare
nessuno, è però altrettanto vero che le qualità di Alceste, le sue doti
umane e intellettuali, la sua capacità di stare con gli altri e di
capire gli altri, erano, a nostro parere, estremamente rare anche tra i
compagni migliori.
Alceste è morto a 22 anni, ucciso nella notte dal 12 al 13 giugno, tre
giorni prima delle ultime elezioni. Chi ha ucciso Alceste, nelle stesse
settimane in cui altri compagni trovavano la morte per mano fascista e
poliziesca, a Milano, a Torino, a Firenze, sapeva di uccidere un
militante che, per i suoi compagni, per i suoi tanti amici,
rappresentava un punto di riferimento esemplare. Perché Alceste era in
qualche modo rappresentativo di un modello di militante che sa
congiungere nelle sue scelte le esigenze della lotta di classe e
dell'organizzazione del proletariato con quelle di uno stile di vita
«diverso», nuovo.

Non vogliamo dire che la sua ricerca (che è anche la nostra ricerca, la
ricerca di tanti) fosse conclusa e non avesse in sé contraddizioni e
incertezze; è anzi proprio questa «inconclusione», il fatto che Alceste
ci sia stato strappato irrimediabilmente in questo terrìbile modo, il
fatto che la sua esperienza sia definitivamente chiusa e non possa
approfondirsi, crescere, confrontarsi con altre, a rendere più acuto il
nostro dolore, più profonda la nostra rabbia. Nonostante contraddizioni
e incertezze Alceste era uno dei compagni che con maggiore coerenza,
ostinazione, slancio, tendeva a quest'accordo tra pubblico e privato,
vedendoli entrambi come due facce della stessa ricerca politica.
Le sue scelte di vita, le sue attività, i suoi programmi, la sua
disponibilità verso i compagni e in generale verso chiunque gli
sembrasse degno di interesse e di dialogo produttivo (considerata fin
eccessiva da molti dei suoi amici), i suoi interessi, dimostrano questa
volontà, come i suoi colloqui con le persone che più gli erano vicine,
e con le quali sentiva di condividere gli stessi problemi e lo stesso
progetto. Pur riuscendo a conservare un rapporto intenso con la
famiglia (con la madre aveva stabilito un rapporto di reale amicizia),
egli aveva costruito una «casa» che divideva con altri compagni, la cui
atmosfera era ben diversa da quella dei tentativi di «comune» cui siamo
abituati e in cui il passaggio degli amici, il rapporto con gli amici,
era determinato da una comunanza di ideali e di attività, una casa in
cui si discuteva di politica e si preparavano gli interventi, ma in cui
anche si riusciva a «star bene insieme», facendo musica o discutendo di
tutto, e affrontando con chiarezza e con calore anche i problemi
personali e «privati».
L'attività politica di Alceste si svolgeva soprattutto nella sezione
«Compagnoni» di Lotta Continua, negli ultimi tempi attorno alla
autoriduzione delle bollette ENEL, davanti all'Istituto Professionale
Zanelli dello stesso quartiere, in mezzo agli studenti, e più in
generale all'interno di Lotta Continua per la costruzione
dell'organizzazione in una situazione difficile come quella reggiana,
dove è fortissima l'egemonia del partito comunista, e attraverso la
fondazione del Circolo Ottobre per un intervento sui giovani proletari
e studenti, che partisse però dalle loro condizioni e dalle loro
esigenze reali. Di qui, la necessità dell'inchiesta, la verifica dello
«stare in mezzo ai giovani», l'interesse grandissimo per le forme di
cultura giovanile nuove e in particolare per la musica. Assieme a tutto
questo, c'era anche una attività di studio considerata non secondaria,
ma finalizzata ancora agli stessi fini, con l'attenzione portata
principalmente, come dimostrano i suoi ultimi esami, alle espressioni
della cultura proletaria, e ai loro studiosi più autentici e rigorosi.
La militanza e l'elaborazione di modelli e valori alternativi a quelli
borghesi, erano in Alceste tutt'uno, senza che mai prendessero in lui
il sopravvento, come accade così spesso, gli aspetti più chiusi della
prima o quelli più individuali della seconda: la liberazione collettiva
e la liberazione individuale erano la stessa cosa, nonostante le
difficoltà oggi esistenti a congiungerli in un 'unica dimensione di
lotta. E va ricordata, a scanso di equivoci, la sua insistenza sulla
necessità di ricondurre anche i problemi della «liberazione
individuale», del «modo nuovo di stare insieme», a una visione
proletaria della società, alle esigenze e ai bisogni del proletariato e
della sua necessità di organizzazione rivoluzionaria, anche se la sua
sensibilità era particolarmente acuta nei confronti delle esigenze e
dei bisogni del proletariato giovanile.
Chi ha ucciso Alceste ha voluto anche uccidere in lui una persona che
rappresentava queste aspirazioni, che sapeva viverle nella sua pratica
quotidiana, e che di conseguenza era coerente ai suoi principi e ai
suoi ideali anche nella pratica dell'antifascismo militante, in una
zona come quella emiliana dove spesso l'antifascismo è più di bandiera
che di sostanza attiva e presente. Dalla sua morte, da cui così
profondamente siamo stati toccati per tutti i motivi che abbiamo detto
e per l'affetto che Alceste non poteva non suscitare in chi lo
conosceva, per il fascino che il suo calore e il suo entusiasmo non
potevano non comunicare, noi ricaviamo la lezione di un maggiore rigore
nella nostra militanza politica, e anche nella nostra attività
«culturale», quale si esprime anche attraverso «Ombre rosse». Nella
ricerca di un modo di «far politica» più completo e «integrale», di un
modo di vivere e affrontare i problemi della condizione proletaria e
giovanile, di tentare l'elaborazione di una cultura dentro il movimento
e per il cambiamento rivoluzionario, noi sappiamo di avere vicino
Alceste, che Alceste resta tra noi.
Gli amici di Alceste