Ombre Rosse n.11-12 - novembre 1975, Savelli
Questo bollettino del Circolo Ottobre di Reggio Emilia vuole essere
un primo contatto tra i compagni del circolo e i giovani per portare
all'interno delle situazioni di massa del materiale che lungi
dall'essere oro colato dia la possibilità di aprire un dibattito e una
discussione. Questo bollettino è rivolto a coloro che vivono tutti i
giorni sulla propria pelle l'esperienza del dominio politico-culturale
della borghesia e a tutti coloro al cui interno matura sempre più la
convinzione che questo stato di cose possa realmente essere abbattuto.
Appunti per un intervento sulla condizione giovanile
1. Introduzione
La borghesia ha sempre usato la cultura e la scienza come mezzo di
oppressione di classe con il fine di mantenere i rapporti di produzione
a lei favorevoli, tipici del capitalismo, mediante la creazione di
sovrastrutture (scuola, mezzi di informazione, tramite operatori
culturali ecc.). A questo scopo la borghesia, dopo l'avvento del potere
specie dal periodo di passaggio dal paleo al neo-capitalismo in avanti,
si è sempre sforzata di mantenere un'immagine oggettiva e neutrale
della sua cultura e della scienza, che invece manipolava in tutti i
modi per servirsene a scopo legittimatone del proprio predominio di
classe e di assoggettamento psicologico, oltreché sociale ed economico,
negli strati meno abbienti e più sfruttati. Sul finire degli anni
sessanta, specificamente del biennio '68-69, prende forma propria un
movimento che raccoglie le fila, seppure in modo quasi totalmente
spontaneo, di un movimento che negli anni addietro si era venuto
formando contro questo stato di cose che univa e rendeva complementari
l'oppressione delle masse con quella psicologica e militare
dell'individuo. Inizia, specie per opera del movimento studentesco, un
intenso processo di critica e di demistificazione di tutti quei valori
falsamente oggettivi mediante i quali il potere economico-borghese era
fino ad allora riuscito a portare la propria oppressione e il proprio
condizionamento in tutti gli aspetti della vita delle masse,
proletariato in testa.

Parallelamente, con le nuove grandi lotte dell'autunno caldo, il
movimento operaio compie un improvviso salto di qualità, che lo vedrà
negli anni a venire spostare il terreno di lotta sul sociale, nella
determinazione della organizzazione del lavoro, dei ritmi, della salute
in fabbrica e fuori, nell'organizzazione dello studio e sul ruolo della
scuola, nella continuità dei rapporti di classe, fino all'ingresso
delle 150 ore; affermandosi di diritto alla testa di un più ampio
movimento democratico che ha via via investito sempre più la
costruzione socio-culturale e scientifica borghese, smascherandone la
falsa oggettività e lo strumentalismo e ponendo le basi per un
ulteriore sviluppo in senso rivoluzionario del movimento stesso.
D'altra parte l'enorme sviluppo in questo senso di momenti, forme di
lotta, di organizzazione, di alternativa, di esperienze tese a una
disgregazione progressiva dai valori culturali borghesi, è sempre stato
caratterizzato da una disposizione a ordine sparso assolutamente
disorganica, marcata dall'assenza di un disegno strategico chiaro e
unificante; questo fatto è secondo noi da imputarsi principalmente alla
mancanza di volontà di dare alle lotte operaie una direzione politica
complessiva in senso rivoluzionario da parte del sindacato, spesso
subordinato alla politica parlamentaristica e di compromesso delle
forze revisioniste e riformiste in genere, e alla debolezza organica di
una sinistra rivoluzionaria frammentata e spesso settaria. Queste
considerazioni ci riportano alla consapevolezza di come sia urgente e
strategicamente importante l'intervento in questo settore, con
l'intento di approfondire il processo rivoluzionario entrandovi nel
vivo, attraverso una crescita politica complessiva, mediante un
collegamento e uno sviluppo della nostra realtà locale rispetto alle
differenti esperienze che si presentano in campo nazionale.

Consapevolezza che viene rafforzata da altre due considerazioni: la
capacità di recupero che la borghesia ha mostrato negli ultimi sette,
otto anni rispetto a qualunque esperienza che non venga fatta
progredire in senso anticapitalistico e antiborghese; la egemonia della
linea politico-culturale del PCI nella nostra zona che, in accordo con
la linea politica (compromesso storico) tende molto più a una
strumentalizzazione rispetto alle direttive di vertice, proponendo
quindi una sorta di «acculturazione» delle masse, invece che a un
continuo confronto con esse con funzione di stimolo e di crescita
comune e indivisibile.
2. Controinformazione
Perché il nostro discorso risulti interamente legato da uno stesso filo
che ne colleghi tutti i punti riteniamo che il problema della
controinformazione stia un po' alla base di tutto, come chiave di volta
del nostro lavoro. La consapevolezza della necessità di un lavoro
controinformativo nasce da una serie di considerazioni: innanzitutto la
preponderanza a livello di massa dell'informazione borghese (cinema TV,
ecc.), che tende naturalmente a una mistificazione più o meno
accentuata dei fatti per difendere il proprio dominio di classe, e di
quella riformista dall'altra, che per motivi di allineamento alle
posizioni del partito, non svolge un sufficiente lavoro
controinformativo e di demistificazione (vedi leggi dell'ordine
pubblico) mentre la stampa rivoluzionaria alternativa in genere
continua ad avere una diffusione troppo scarsa a livello di massa
specie nella nostra zona. Tutto questo mentre a livello nazionale il
movimento cresce in un contesto di alta ricettività e combattività
operaia nonostante la crisi usata strumentalmente per attaccare a fondo
le posizioni conquistate dal movimento dopo il '69 e nonostante
l'atteggiamento complessivamente difensivo e di compromesso che le
organizzazioni storielle del movimento operaio portano avanti. Ecco
perciò nascere l'esigenza di una controinformazione intesa come
informazione di classe, che da un lato assolve tale funzione, e
dall'altro la superi per diventare confronto, chiarificazione politica,
discussione, lotta.

Le lotte proletarie che nascono in situazioni particolari, come le
occupazioni delle case, e i contenuti che esse esprimono; i fatti,
nazionali e internazionali, che i mass-media distorcono e mistificano
contro gli interessi del proletariato; le forme di organizzazione di
lotta autonome che il proletariato esprime dove le contraddizioni sono
più forti e instabili, e che l'apparato riformista tende per ovvi
motivi a sminuire o far passare sotto silenzio sono alcuni esempi di
campi sui quali agire per un lavoro controinformativo. Volantinaggi,
mostre e comizi volanti, assemblee-dibattito e altri tipi di iniziative
per inserirsi nella vita dei quartieri a più forte concentrazione
proletaria, la pubblicazione di un ciclostilato sono le proposte più
immediate di strumenti da darsi per un lavoro di controinformazione.
3. Gestione del tempo libero
Un discorso sul tempo libero deve necessariamente partire da una
constatazione, e cioè che molta gente, in particolare proletaria, è
insoddisfatta e avverte con profondo disagio il furto sempre più
bestiale che subisce sul proprio tempo libero.
Innanzi tutto, per fare un discorso il più globale possibile, bisogna
fare delle grosse distinzioni rispetto a come il tempo libero è
gestito. Prima di tutto, e nella nostra provincia di avverte
moltissimo, c'è una gestione da parte delle forze politiche, (che in
definitiva si concretizzano nel PCI) attraverso la FGCI, i circoli
ARCI-UISP e le feste dell'«Unità». Senz'altro vale la pena di
soffermarsi su questi punti, in quanto sono le uniche espressioni che
cercano di fare un discorso di sinistra, senzaltro però molto ambiguo
(basti citare come esempio l'ultimo concerto organizzato dalla FGCI,
che non ha offerto assolutamente nulla di nuovo o alternativo), e che
non costituisce certo un discorso culturale alternativo. Salta inoltre
agli occhi quanto siano in crisi le feste dell'«Unità», che hanno perso
quella che era la loro funzione storica, e cioè quella di riunire i
comunisti in momenti di gioia e di libertà. Ormai si ripetono in
maniera stanca e standardizzata, diventano puri momenti di propaganda e
finanziamento: anche i dibattiti, spesso poco interessanti, sono tenuti
da intellettuali, e interessano poco la gente. Ciò che è rimasto del
passato sono gli stand con buoni tortellini e vino (e non sempre a
prezzi alternativi). Rientra in questo tipo di discorso anche la
gestione del tempo libero condotta dall'Amministrazione locale (Comune
e Provincia), che attraverso varie iniziative, anche a carattere
decentrato nei quartieri (classico esempio «Musica e realtà»), fa un
discorso culturale e musicale «democratico», ma che non esce dalla
gestione borghese del problema, in quanto non cerca di creare una
cultura proletaria, ma non cerca neanche di sviluppare su quella
cultura borghese che pretende di «volgarizzare» un dibattito e una
presa di coscienza progressiva da parte del pubblico di critica
radicale alla cultura borghese, ai suoi mezzi, ai suoi fini, in modo da
contribuire alla creazione di un embrione di cultura proletaria.

Inoltre va tenuta in considerazione anche la gestione del tempo libero
fatta da parte di organizzazioni religiose, quali Comunione e
Liberazione e le parrocchie in generale. E' senz'altro da tener
presente che queste organizzazioni, e soprattutto CL hanno avuto la
capacità di riunire attorno a sé centinaia di giovani, utilizzando
proprio quegli spazi che, a tutti i livelli, la sinistra ha lasciato
loro. Ancora un'altra gestione del tempo libero, che raggruppa intorno
a sé il maggior numero di persone, è quella gestita dal capitale e
fatta esclusivamente a scopo di lucro, comprendente il cinema, le sale
da ballo, sport di massa in genere, la maggior parte degli spettacoli
musicali e di quelli teatrali. Per finire esiste quella che si può
chiamare «gestione privata», che può comprendere le più svariate cose
(musica, lettura ecc.) che comunque vengono fatte individualmente.
4. Sulla questione femminile
Visti i problemi che intendiamo toccare, quali la famiglia, i rapporti
interpersona-li, il tempo libero, quella cioè che comunemente chiamiamo
«vita privata» è indispensabile affrontare il problema della donna.
Data la limitatezza del documento è impossibile un'analisi
approfondita, comunque i punti fondamentali attraverso i quali passare
a nostro avviso sono:
1) la donna nella famiglia: vale a dire il ruolo di madre e
di casalinga, educatrice e trasmettitrice di determinati valori voluti
dal capitalismo, primo fra i quali la divisione dei ruoli, e
lavoratrice non retribuita, ma funzionale ai rapporti del sistema
borghese;
2) la donna nella scuola: cioè l'affluenza per la maggior parte
di esse negli istituti tecnici femminili e nelle scuole per segretaria
d'azienda e dattilografa che certo non contribuiscono a dare spazio per
una crescita politica e personale per le studentesse. Gran parte poi
delle donne che hanno la possibilità di fare una libera scelta di studi
e di laurearsi, vengono riassorbite dalla scuola come insegnanti per
avere così la possibilità di due lavori: quello familiare e quello
professionale;

3) la donna nella fabbrica, dove le condizioni di sfruttamento
della classe operaia aumentano sensibilmente sia per le più difficili
condizioni di assunzione, sia per la minor possibilità di organizzarsi.
Inoltre il lavoro a cottimo e mal retribuito, insieme al lavoro a
domicilio, sono ancora un peso subito dalle donne;
4) il problema della medicina della donna, quindi della maternità
e dell'aborto, dove è necessario intervenire, in quanto
mancano le strutture necessarie per realizzare consultori e soprattutto
per parlare di questi che sono stati per troppo tempo considerati
problemi personali delle donne di cui non si doveva parlare.

Comunque vediamo necessario muoverci concretamente perché tutto questo
non rimanga un discorso astratto, e dia la possibilità di collegarsi ad
altre persone che si muovono in questo senso.
5. La musica
II punto di partenza per un'analisi delle forme e dei contenuti secondo
cui s'articola qualsiasi forma musicale attualmente, deve
necessariamente tenere conto di ciò che la musica è, al pari di
qualsiasi altra forma artistica: un mezzo di comunicazione. Come tale
deve obbedire a certi requisiti di cui il principale è che chi riceve
un messaggio (in questo caso la musica) possa a sua volta rispondere,
per iniziare in questo modo uno scambio di esperienze che, in mancanza
di una risposta da una delle due parti, rischia di essere, e in effetti
è, una comunicazione unilaterale. Del resto è ciò che avviene nella
parola, in cui nessuno si sognerebbe di ascoltare gli altri parlare,
senza a sua volta utilizzare lo stesso mezzo (la parola) per
rispondere. Solo gli schemi che la cultura borghese ha elaborato
attraverso i secoli hanno fatto sì che la musica, al pari di tutte le
altre forme d'arte, divenisse un patrimonio di pochi produttori; la cui
produzione servisse, almeno in un primo tempo, a ratificare anche a
livello culturale, un potere che voleva essere completo in ogni sua
parte. Il che vuoi dire che chi non faceva musica secondo un dato
schema, peraltro assai rigido, e naturalmente con il dovuto bagaglio
tecnico, era automaticamente escluso dalla produzione, e diventava solo
un consumatore di musica.

Gli altri punti da affrontare, in un'analisi della musica come
comunicazione, sono quelli tipici del settore, che per la necessaria
superficialità di questa analisi possono essere schematizzati nella
necessità di commisurare il mezzo usato al contenuto che viene diffuso.
Da ciò la necessità di usare criteri storico-politici anche in questo
specifico settore.
L'altra faccia del problema musicale, che presenta un interesse
attualissimo per le sue implicazioni politico-economiche, è l'uso
consumistico a cui è stata assoggettata la quasi totalità della
produzione musicale attuale. Nei confronti della musica stessa, ciò
porta alla distruzione di qualsiasi modo corretto di intenderla e di
produrla, per lasciare in piedi solo l'involucro vuoto, la confezione
del prodotto, più che un contenuto valido. E' dalla creazione del
consumismo musicale che sono nati tutti i fenomeni che adesso sono
diventati la norma: il culto della personalità dell'artista, che
sconfina nel feticismo più incredibile, la creazione di false categorie
musicali e la «riscoperta» di temi musicali appartenenti al passato e
mille altre forme, che trovano la loro validità solamente nel processo
di riciclaggio commerciale a cui viene sottoposta attualmente qualsiasi
cosa possa essere venduta e monetizzata.

Tutto ciò scava un abisso incolmabile tra qualsiasi contenuto o realtà
che possa essere diffusa in forma musicale, e il prodotto finito, cioè
quello che raggiunge l'ascoltatore attraverso i normali mezzi di
distribuzione: dischi, concerti, pop, spettacoli ecc. Non appena un
autore o una corrente musicale, sia pure nata da esigenze collettive o
per lo meno espressione di problemi reali, dimostra di incontrare i
favori di un dato pubblico automaticamente comincia, con o senza il
consenso degli esecutori, l'opera di alienazione e di mercificazione.
Questo processo è facilmente verificabile nella stragrande maggioranza
dei casi, anche per l'abbondante materiale e la vastità degli aspetti
che troviamo a livello musicale. Certi risultati si possono chiaramente
vedere nel caso della musica pop. dove questa è iniziata e ha avuto i
suoi primi sviluppi. Molti gruppi che partivano dalla denuncia di un
disagio esistenziale verso una serie di valori e simboli prodotti dal
capitalismo avanzato americano e inglese, sono riusciti per poco a
mantenere il controllo della propria produzione, illusi forse di poter
giocare in modo alternativo un gioco le cui regole erano solo e tutte
in favore del capitale. L'errore di fondo della quasi totalità dei
musicisti di quei tempi e anche di adesso era ed è la mancanza più
completa di una riflessione critica non solo sul modo, ma anche e
soprattutto sull'utilizzazione.del mezzo in questione. Cosa impensabile
per qualsiasi altra forma «d'arte», nel campo musicale non ci si è mai
posti il problema di quanto influisca la forma del messaggio, cioè il
modo col quale viene distribuito, rispetto al contenuto stesso del
messaggio. Non vi è mai stata la consapevolezza che non si può
rivoluzionare il contenuto lasciando intatto in senso borghese il mezzo
di diffusione; che mezzo e contenuto sono una cosa unica e questi due
punti non possono avere vita autonoma all'interno di un'ottica
rivoluzionaria. Quasi sempre tutta l'attenzione dei musicisti era
rivolta in maniera quasi narcisistica all'elaborazione di una musica la
cui distribuzione era ed è lasciata ad altri con il risultato di vedere
magari vanificato completamente un eventuale tentativo di comunicare
contenuti validi.
Riportando l'ottica del panorama italiano attuale, si vede come anche a
livello musicale sia crescente la condizione di colonialismo che in
primo luogo l'America esercita sui suoi satelliti. Un colonialismo che
tende a considerare i paesi coinvolti come pattumiere in cui riversare
con altissimi interessi tutto il surplus della produzione; solo
ultimamente in Italia ci si comincia a muovere nel senso di una
riappropriazione della musica. Ciò arriva soprattutto da parte di
gruppi e di canzonieri legati a situazioni di lotta o di organizzazioni
politiche, mentre poco o nulla esiste a livello di musica pop, dove
esistono solo abili rifacitori di idee musicali per lo più americane ed
estere. Dicevamo dei canzonieri, nati spesso dalla necessità di
propagandare anche attraverso la musica i temi delle lotte poliche,
oppure per rintracciare, se e dove esistono, i fili della cultura
popolare distrutta e soffocata molto tempo fa dalle esigenze
capitalistiche; tutto ciò fa pensare finalmente che si possa arrivare
all'unificazione di contenuti e mezzi necessari per rendere vincente
anche in questo campo una lotta che nasce a livelli più strutturali ma
che va avanti nella misura in cui moltiplica le sue ramificazioni
attraverso le varie parti della realtà. Di ciò è consapevole chi
rifiuta non solo i contenuti ma anche le forme di distribuzione della
cultura borghese, che si crea i propri canali e le proprie forme di
contatto col pubblico, consapevole che il solo contatto valido con esso
è sedercisi in mezzo; e non vederlo come una massa di carne al di là di
una barriera di luce e di suono. Al di là della validità di questo
scavalcamento di canoni borghesi, esiste l'altro aspetto positivo che
una partecipazione più diretta degli esecutori e del pubblico
all'esecuzione tende a confondere i ruoli tradizionali, per arrivare in
prospettiva ad abolirli, riconoscendo a tutti il pieno diritto di
partecipare e non di rimanere passivi alla creazione della musica.

Rispetto al grosso problema della musica, per come viene sentito dalla
maggioranza dei giovani, i partiti storici della sinistra paiono
schierati decisamente su posizioni conservatrici, applicando anche in
questo campo l'illusione generale che li anima: di riuscire a
sostituirsi positivamente alla gestione di meccanismi, sia politici che
sovrastrutturali, che sono nati e vivono solo in funzione della
borghesia; ciò viene riflesso anche dalle organizzazioni giovanili di
questi partiti, la cui politica culturale è completamente distaccata
dai fermenti e dalle spinte che esistono a vari livelli, tesa com'è a
ricercare qualcosa di inesistente tra le cianfrusaglie della cultura
borghese. Le iniziative musicali più o meno espressamente dirette ai
giovani, gestite da queste organizzazioni, dimostrano spesso la
confusione che esiste su una realtà come quella della musica giovanile
(vedi ad es il concerto della FOCI al Palasport), per cui molto spesso
le presenze di alcuni esecutori (Ivan della Mea, i cileni) assumono più
un ruolo carismatico che dinamico (ruolo invece svolto in parte da
Lucio Dalla al Teatro Ariosto), e quando ci si avventura sul terreno
della musica pop lo si fa in maniera del tutto sconclusionata, vittime
degli stessi meccanismi che si crederebbe di combattere; alle feste
dell'«Unità» si usa alla stessa stregua la Vanoni, Claudio Villa e la
Premiata F.M., il Banco, Francesco De Gregori, senza capire un'acca di
questo fenomeno, senza farsi in qualche modo interni a questo
movimento; ed è strano se si pensa che proprio la FGCI è un movimento
di saldatura fra giovani proletari e giovani provenienti dai ceti medi.
Con tutto quanto detto sopra non pretendiamo affatto di aver tracciato
un'analisi completa o un panorama completo della musica come è stata
negli ultimi anni o come è adesso; tutto ciò non è altro che un abbozzo
di temi principali da affrontare o discutere per poter arrivare ad una
fase più organizzata e più propriamente operativa, quale potrebbe
essere la costruzione di un canzoniere a livello cittadino; punto di
incontro ed espressione di tutti quei compagni che con coscienza
sentono che il problema della musica non si può risolvere in
virtuosismi solitari o nel consumo massiccio di una produzione
commercialmente determinata, ma nella ricerca di temi legati a diversi
piani di lotta e alla sperimentazione di nuovi modi attraverso i quali
eludere le maglie del consumismo borghese.
6. Temi per una discussione sulla condizione giovanile
L'interesse sempre crescente da parte delle organizzazioni della
sinistra rivoluzionaria per quella fascia disunita e disgregata al suo
interno, che può chiamarsi proletariato giovanile, rimanda ad una
riflessione più attenta della condizione giovanile e delle tensioni da
essa espresse. Non è un caso che negli ultimi tempi Lotta Continua dia
un peso notevole ad un intervento, su scala nazionale, che riguardi i
giovani proletari discriminati nei centri di formazione professionale.
E non è neanche un caso che i partiti si siano affrettati, in vista
delle prossime elezioni, a varare il voto ai diciottenni. Il voto ai
diciottenni, oltre a essere un sintomo di come la questione giovanile
stia a cuore a tali partiti, è anche lo strumento con cui i partiti di
regime tentano di neutralizzare la coscienza critica di larghe masse
giovanili, attraverso l'assenso e le delega istituzionale. DC, PSI,
PCI, si sono buttati al recupero dei giovani con foga impressionante.
La DC, nei trent'anni del suo sciagurato malgoverno, ha saputo offrire
ai giovani solamente l'Azione cattolica, i boy-scout e associazioni
parrocchiali, tramite le quali mantenere il proprio dominio anche sui
giovani. Questo collateralismo democristiano si è visto chiudere ogni
spazio con le lotte del '68; abbandonando quindi queste strutture
farraginose, la DC ha lasciato il passo ad un'organizzazione più
efficiente, più agile nel discorso politico ed esistenziale, qualcosa
di molto simile al gruppo politico, in cui al vecchio bigottismo si è
sostituita la logica di gruppo: si tratta ovviamente di Comunione e
Liberazione, che con la sua proposta ambiguamente complessiva (modello
di vita comunitaria, dove in realtà tale comunità non è altro che
obbedienza ad una logica verticistica, gerarchica e burocratica) riesce
ad accattivarsi larghe simpatie tra gli studenti. CL si avvantaggia
delle carenze e delle debolezze della sinistra: gli è costata cara però
la posizione antidivorzista al referendum, in quanto smascherava la
vera natura di questo gruppo, schierato sul fronte del cattolicesimo
più integralista.
Il PSI invece oggi gioca al recupero grottesco degli ideali di un '69
fatto dai giovani, mentre alla Camera ci regala le leggi sull'ordine
pubblico. Intanto, mentre spinge l'organizzazione giovanile su
posizioni di pura demagogia, lancia grida disperate: «abbiamo bisogno
di giovani». Il discorso che il PCI fa ai giovani rimane incerto e
fumoso. Tutto sommato si tratta di un discorso elettoralistico che si
riduce a questo: esiste una condizione di disagio e di malessere
diffusa tra i giovani; esistono fenomeni come la prostituzione, la
delinquenza minorile, la droga della violenza e della disperazione
giovanile. Di tale situazione è responsabile il malgoverno
democristiano, cosa peraltro verissima, e da ciò si può uscire
solamente con un avanzamento dello schieramento democratico e con una
svolta democratica nel paese. Tale discorso instaura un ben misero
rapporto meccanicistico con le problematiche reali presenti nella
condizione giovanile, tanto più che i giovani ai quali si rivolge
soffrono di genericità, in quanto rimangono «giovani» senza che ne
siano precisati i connotati.
Tali osservazioni lasciano intendere come la questione giovanile sia un
problema che sta a cuore a parecchi, e a cui anche la sinistra di
classe deve saper trovare una risposta propria.

Nel prendere in esame la condizione giovanile, l'atteggiamento di certa
sociologia borghese di derivazione americana si è distinto su due
posizioni: da una parte l'esaltazione del giovanilismo più stupido, che
tendeva a presentare ogni movimento giovanilistico come qualcosa di
rivoluzionario in sé e per sé, di modo che espressioni di un reale
malessere (hippies) o fenomeni di puro ribellismo o insubordinazione
(Wild Angels, le bande giovanili dei sobborghi londinesi, i Rockers)
diventano automaticamente situazioni rivoluzionarie perché i «giovani
hanno sempre ragione», mentre molto spesso si trattava unicamente di
malessere dovuto a una reale situazione di marginalità rispetto a tutto
il tessuto produttivo e quindi sociale, e alla situazione scolastica
che contribuiva ad accrescere tale situazione di marginalità. Una volta
superata tale situazione (con l'immissione di questi settori sul
mercato del lavoro o con il ripristino di uno standard di vita medio),
tali fenomeni diminuiscono di portata. D'altra parte l'altra posizione,
avvalendosi della prima, tendeva a far apparire le lotte degli studenti
scoppiate nel '68, di chiara tendenza antiautoritaria,
anticapitalistica ed antiborghese, e tutto ciò che il movimento
studentesco ha espresso in questi anni di lotte proletarie ed
antifasciste, in un conflitto generazionale, in una sorta di «lotta
contro il padre».
Occorre innanzitutto sgombrare il campo da queste visioni distorte pur
avendo presente che esiste una condizione reale di malessere tra i
giovani che, con l'inasprirsi della crisi, conduce a motivi di fondo
più materiali, e perciò richiede un'ottica più comunista per essere
affrontata.
Oggi non ci troviamo più negli anni post-sessantotteschi, in cui la
politica poteva essere la risposta complessiva ai bisogni di larghe
masse giovanili: purtroppo è diffusa tra le organizzazioni
rivoluzionarie una posizione brutalmente schematica del tipo: «Stai
male? E' colpa della società; quindi fai le lotte. «Tale posizione, da
combattere al pari delle altre citate, ottiene molto spesso l'effetto
contrario a quello desiderato, dimodoché lo studente alle soglie della
militanza nel ricevere questa risposta smette di frequentare la sede.
Al fondo del malessere giovanile sta appunto la condizione di
emarginazione. Oggi essere giovani vuoi dire vivere in un ghetto,
isolati dal mondo, esclusi in una condizione di inferiorità
giustificata solo anagraficamente (l'unica possibilità che ha la
borghesia di dividerci è quella di isolarci). Questa situazione
comincia nella scuola, che tiene i giovani in uno stato di miseria
culturale; agli studenti è negato ogni strumento per comprendere la
realtà e la propria condizione oggettiva. La scuola, funzionale alla
mobilità sociale, si prefigge due scopi: da una parte la più totale
ignoranza, dall'altra l'odio per i libri e la cultura in generale,
indotto dalla sfera del dovere. Il tutto contrabbandato come età
dell'oro. L'emarginazione diventa «beata spensieratezza», il rifiuto
dello studio scolastico «simpatico goliardismo», la crisi di identità
adolescenziale una tappa obbligata dello sviluppo.
D'altra parte la posizione dei giovani, col dilagare della recessione e
della disoccupazione, rispetto al mercato del lavoro è diventata assai
precaria; congelato nella scuola questo grande esercito industriale di
riserva, si frantuma sul mercato del lavoro, costretto a sottostare a
condizioni di supersfruttamento e di sottosalario, con occupazioni
saltuarie, avventizie, stagionali, a mezza giornata. Oggi sono la
maggioranza degli studenti quelli costretti ad accettare «lavoretti»,
mentre una volta ad essi approdavano solamente gli studenti più
disagiati e le matricole non frequentanti. Di fronte alla minaccia
della disoccupazione, tra gli studenti liceali subentra una sfiducia
nella scuola; la scelta dell'università è più legata al desiderio,
irrazionale, di rimandare gli studi, che alla fiducia in una utilità
economica o culturale della laurea; comincia la ricerca o l'attesa di
un posto di lavoro qualsiasi, con preferenze rivolte verso lavori
comodi e poco faticosi, che verso posti di prestigio (insegnanti,
dipendenti delle Poste o delle Ferrovie, rappresentanti di case
editrici).
Per gli studenti tecnici e professionali la situazione è vissuta in
termini più drammatici; l'obiettivo è «scongelare» una parte della
massa congelata nella scuola, per sbloccare la situazione del mercato
del lavoro: per questo si sono posti grossi incentivi (minore durata
del corso di studio, minori, costi, condizioni di studio migliori)
all'indirizzo professionale (centri di formazione professionale) in
modo che questi studenti proletari, la cui permanenza a scuola pesa
notevolmente sul reddito familiare, una volta caduta l'illusione di una
qualificazione professionale, sia più facilmente ricattabili; in questa
situazione è sufficiente aumentare la selezione per far aumentare il
numero delle rinunce, per scoraggiare l'accesso all'università, per far
sì che parecchi proletari cessino di frequentare la scuola e ripieghino
su soluzioni precarie, assunti da piccole aziende (dispersione e scarsa
sindacalizzazione), raramente assunti dalle grandi fabbriche, in cui è
richiesta la condizione di militesenza.
Tale condizione fa in modo, che fuori dalla scuola e dalla grande
fabbrica per questi giovani proletari non esistano luoghi di
socializzazione, e che quindi questo settore sia caratterizzato da una
dispersione e disgregazione al suo interno. Restano i luoghi di lavoro,
la vita di quartiere, la gestione del tempo libero (infatti li abbiamo
incontrati ai concerti pop, ai concerti e alle manifestazioni
antifasciste), gli unici momenti per un'aggregazione
politico-culturale. In questa ottica acquista importanza recuperare
alla politica problemi che ne erano rimasti fuori (la vita, la cultura,
la morale comunista: il pane e le rose, insomma) e chiarire le tendenze
espresse dalle masse giovanili di fronte allo sfacelo delle
istituzioni, dei valori da esse proposte, e dalle problematiche che
questo comporta (come affrontano il problema della famiglia, della
difficoltà di avere rapporti interpersonali, la droga, quella pesante
in particolare, di cui la DC incentiva il consumo, la musica, ecc.)
Bisogna quindi togliere spazio alla stupidità dei vari «Ciao 2001» e
alle trasmissioni radiofoniche di Cavallina, veicolo del più stupido
giovanilismo socialdemocratico e democristiano. Leggendo le lettere di
«Ciao 2001» ci si accorge che la fortuna di questo settimanale è dovuta
al fatto di essere l'unico che «tratta dei problemi di noi giovani»; in
che modo lo si può indovinare. Dall'ultimo numero: alla richiesta di un
giovane alla psicanalista, di una spiegazione circa il comportamento
freddo e assente della sua ragazza (difficoltà di comunicazione,
probabilmente, o confusione) il losco individuo risponde: «morto un
papa, se ne fa un altro!».
Occorre quindi oggi fornirsi di strumenti adeguati per una conoscenza
della situazione reale del proletariato giovanile; in questo senso
un'inchiesta ci sembra uno strumento efficace e soprattutto scientifico
per affrontare il problema, in quanto nel momento stesso in cui si fa
un'inchiesta, si produce cultura.
7. Le 150 ore
Di fatto le 150 ore rappresentano il primo vero passo di ingresso nella
scuola da parte della classe operaia come tale, avendo essa la
possibilità di conservare la propria identità di classe e perciò di
sviluppare un proprio programma relativamente autonomo. Appare chiaro
immediatamente il ruolo che le 150 ore possono svolgere come punto di
riferimento per un lavoro di classe nella scuola e per una critica
radicale del modo e dei fini cui la trasmissione di un certo tipo di
cultura tende attraverso la scuola, nonché del concetto stesso di
cultura così come viene scolasticamente inteso e insegnato. Questo al
di là dell'effettiva entità del fenomeno: sappiamo che ben poche sono
le esperienze avviate su tutto il territorio nazionale rispetto a
quello che avrebbe dovuto essere; sappiamo come queste poche esperienze
investano una minima parte della classe operaia e di come risultino
isolate rispetto alle altre realtà scolastiche, del tentativo da parte
dell'autorità scolastica e dello stesso Ministero della pubblica
istruzione di depauperizzare il patrimonio dei corsi già avviati
attraverso l'esclusione della FLM dalle questioni didattiche e
l'allineamento dei programmi e dei metodi attuati all'interno dei corsi
con quelli normali della scuola.
Da ciò deriva l'importanza di un collegamento sempre più stretto con i
compagni delle 150 ore, di portare la loro esperienza fuori dai corsi e
di collegarla a quella del movimento studentesco nei quartieri ecc. in
modo da farne un importante momento di sgretolamento della struttura
ideologica borghese imperante.
Alceste Campanile