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(fonte: Gianpaolo Pansa, Storie italiane di violenza e terrorismo, Laterza, 1979 - pp. 262-279)
Il mistero di Alceste
« Avevo un figlio. Alceste, e me l'hanno ucciso. È
stato assassinato con una pallottola alla nuca e una al cuore, il 12
giugno 1975, appena passate le undici di sera, a Montecchio Emilia,
lungo un viottolo di campagna che scende verso il fiume Enza. Alceste
non aveva ancora 22 anni, li avrebbe compiuti di lì a poco, in luglio.
Chi lo ha ucciso? Subito dopo il delitto, si è detto e si è scritto che
erano stati i fascisti: una vendetta di avversari politici, perché
Alceste era un giovane di sinistra, di Lotta continua. I suoi compagni,
e non soltanto loro, hanno cercato di accreditare questa tesi con tutti
i mezzi possibili, con manifesti, nei comizi, sui giornali. Ma era un
falso. La verità è ben altra: mio figlio è stato ucciso da gente di
sinistra, gente che stava nel giro dell'Autonomia.
Lo ha riconosciuto, sia pure con quasi quattro anni di ritardo, lo
stesso giornale di Lotta continua: " Non crediamo più alla versione del
delitto fascista. [...] Specialmente nel corso del 1977, all'interno
dell'area dell'autonomia (intesa nel senso più ampio e generico), sono
cominciate a filtrare voci che attribuivano a una matrice di sinistra
l'assassinio di Alceste. Si aggiungeva in qualche caso una sorta di
implicita rivendicazione del suo assassinio, fino al punto di
minacciare qualche compagno di stare attento a non fare la fine di
Alceste Campanile ".
Questo ha pubblicato " Lotta continua " nel febbraio del 1979. Ma io
dirò molto di più. Sono il padre di Alceste, Vittorio Campanile, ho 48
anni, ragioniere, impiegato in un'amministrazione pubblica. È da quasi
cinque anni che sto indagando a Reggio Emilia, che combatto quasi da
solo, con le mie poche forze. E sulla mia persona sono state fatte
tante pressioni affinché me ne stessi zitto. Chi le ha fatte? Diciamo
gli inquirenti, così non si offende nessuno.
Alceste era un ragazzo alto un po' più della media,
capelli castani, occhi azzurri, snello, un bellissimo figliolo. Aveva
un carattere aperto, estremamente leale. Era il contrario del violento:
un giovane di coraggio, ma generoso e di grande cuore. Forse ho un
ricordo un po' mitico di questo mio figlio morto. Ma no, credo di no.
Aveva difetti? Ecco, era insofferente di ogni tipo di autoritarismo,
amava la libertà, a volte penino all'eccesso. Io cercavo di controllare
il suo spirito d'indipendenza, tentavo di pretendere un minimo di
disciplina. Questo forse era il suo unico difetto, un dìfetto comune a
molti giovani, di voler sempre fare di testa propria. Ma è un difetto o
una virtù? È difficile dirlo.
Per il resto, Alceste era un ragazzo come tanti. Amava la musica
moderna, suonava bene la chitarra, aveva creato un complessino, " La
setta degli angeli blu ". Leggeva molto. Aveva anche viaggiato. Si era
mosso all'età di quindici anni, tutte le estati lui e altri amici
prendevano il sacco a pelo e andavano all'estero in autostop, prima in
Germania, poi in Olanda e in Austria. I parenti questo me lo
rimproveravano, dicevano che era una libertà eccessiva. Ma che cosa
potevo farci? Loro prendevano il sacco e partivano.
Del resto, Alceste non era solo un buon ragazzo, era anche un buon
studente. Aveva avuto un solo momento di crisi: frequentava il liceo
scientifico " Spallanzani " di Reggio Emilia e a metà del terzo anno
aveva smesso. Era stato costretto a ripetere la terza poi era tornato
sulla strada buona. Non era di quelli che passano il pomeriggio a
tavolino, perchè aveva molti interessi. Però se la cavava bene. E
meglio ancora era andato quando si era iscritto a Lettere, a Bologna,
al Dams, il corso di laurea in disciplina delle arti, della rmusica e
dello spettacolo. Perché aveva scelto quella strada? Non lo so. lo
avrei preferito una facoltà come Legge o Scienze politiche, che ti
offrono più possibilità di lavoro. Ma lui aveva voluto andare al Dams,
forse spìnto dalla sua passione per la musica o anche per l'influenza
del gruppo politico nel quale militava. Comunque, sul suo libretto
d'esami c'erano tutti trenta.
Questo era il ragazzo. Un ragazzo limpido anche nelle scelte politiche.
E qui bisogna parlare di un episodio sul quale, dopo il delitto, hanno
ricamato in tanti per avvalorare la tesi dell'omicidio fascista.
L'episodio risale all'anno scolastico 1967-68. Alceste faceva il primo
scientifico e questo è bene sottolinearlo, contava appena 14 anni. La
sua classe aveva un insegnante di educazione fisica che militava nel
Msi. Una degna persona, credo, ma con le sue idee in testa. E molti dei
ragazzi della classe avevano finito col prendere la tessera della
Giovane Italia. Anche Alceste la prese.
Era una scelta politica? Io dico di no. Erano tutti
poco più che bambini, a quell'epoca la Giovane Italia andava forte
nelle scuole, e forse a Reggio aveva una sede dove si poteva giocare a
biliardino. Che cosa vuole che Alceste ne sapesse del Msì e della sua
politica? Comunque, negli archìvi della Giovane Italia di Reggio
risulta quella tessera con la sua firma. II rapporto (ti mio figlio con
la destra finisce qui. Ma ho raccontato l'episodio perché, come poi si
vedrà, verrà tirato fuori otto anni dopo e avrà una sua importanza
nella polemica seguita alla sua morte.
La vera esperienza politica di Alceste cominciò più tardi, in quarta
liceo. Era l'anno scolastico 1971-72 e lui aveva già compiuto i 18
anni. Dopo aver ripetuto la terza al collegio " Maria Luigia " di
Parma, riprese a frequentare lo " Spallanzani ". È un grande istituto,
nel quale studiano molti ragazzi di Reggio. Qui citerò uno solo dei
suoi compagni di scuola, un coetaneo. Lo cito perché lo rìtroveremo a
un certo punto della storia: Franco Prampolini.
Fu in quell'anno che Alceste scelse la sinistra extra-parlamentare.
Come altri studenti dello " Spiallanzani " si avvicinò a un gruppo
spontaneo locale, il " 7 luglio ", frequentato, tra gli altri, anche
dal Prampolini che ho appena citato. Che cosa accadesse a Reggio in
quel tempo, in città lo sanno tutti. Il " 7 luglio " era nato da un
altro gruppo, " la Comune ", che aveva sede in via Guido da Castello,
nel centro della città, in un appartamento malmesso. Vicino c'era la
sede di Sinistra proletaria: il gruppo di Franceschini, Ognibene,
Gallinari, Pelli, Paroli, tutti giovani che, prima o poi, sarebbero
finiti nel terrorismo, con le Brigate rosse.
Perché Alceste andò a sinistra? Non saprei rispondere con esattezza.
Come accade in molte famiglie, anche nella nostra si parlava raramente
di politica. Parlavamo più delle cose di tutti i giorni, o di cinema, o
di musica. Io non ho mai avuto un impegno politico preciso. E qualche
volta Alceste, che con me aveva rapporti affettuosissimi, mi
rimproverava, scherzando, di essere " un pragmatista ".
La sua posizione cominciò a precisarsi soltanto alla
fine del 1973. Il gruppo " 7 luglio " ormai si era sciolto. Prampolini
se n'era andato a Milano, alla facoltà di Architettura, dove aveva
conosciuto Carlo Fioroni, un personaggio che incontreremo in seguito.
La maggior parte degli altri ragazzi erano entrati in Lotta continua
che aveva messo una lede anche a Reggio, in via Franchi, ed era guidata
da un piccolo leader locale. Luigi Pozzoli. Alceste, lì per lì, non
aderì subito. Presa la maturità scientifica, si era iscrìtto al Dams.
Andava spesso a Bologna dove aveva cominciato a frequentare gente
dell'ultrasinistra, giovani come lui. a volte ben più scaldati di lui,
Bifo, ad esempio, quello che diverrà famoso con Radio Alice durante la
guerriglia urbana scatenata dagli autonomi nel marzo del 1977.
Il destino politico e umano di Alceste si decise
nell'estate del 1974. Dopo essere stato in vacanza in Calabria e poi
ospite di una villa a Messina, una villa di persone molto note a Reggio
Emilia, tornò a casa e si gettò a capofitto nella militanza politica.
Entrò in Lotta continua, diventò responsabile del circolo culturale "
Ottobre " si diede a organizzare le cose solite di quel gruppo,
manifestazioni, volantinaggi. assemblee. Fece anche la sua prima
conoscenza con l'ufficio politico della Questura.
Non davo importanza alla cosa, Non mi occupavo di politica, né dei
fatti di criminalità polìtica che già allora accadevano. A esser
sincero, non conoscevo nemmeno che cosa fosse con precisione Lotta
continua. Appartenevo a quella massa grigia di cittadini che non sa che
cosa le accade intorno, o al massimo osserva le vicende politiche in
modo distaccato, sui giornali. Ma un conto è vedere le cose da
spettatore, un altro è viverle sulla propria pelle. La morte di Alceste
mi ha aperto gli occhi.
Andiamo avanti. Il 20 dicembre 1974 accadde un episodio che va
ricordato. Quella mattina Alceste, con due compagni di Lotta continua,
era andato a distribuire dei volantini davanti all'istituto tecnico "
Zanelli ". Nacque una rissa fra loro e tre ragazzi neofascisti del
Fronte della gioventù. Si picchiarono, per fortuna a mani nude, vidi
poi Alceste con un livido sullo zigomo. La polizia li identificò e
denunciò tutti e sei.
Qualche tempo dopo, era il 6 febbraio 1975, i fascistucolì reggiani,
per vendicarsi, diffusero un volantino. C'era riprodotta la vecchia
tessera della Giovane Italia che Alceste aveva posseduta a 14 anni.
Sopra «stava scritto: " Da fascista a comunista. Viltà o convenienza?
Attenti compagni, chi ha tradito una volta può tradire ancora! ".
Alceste non se la prese e all'interno di Lotta
continua non ebbe alcun problema. Perchè questo episodio merita di
essere ricordato? La ragione e semplice. Dopo l'omicidio, la storia di
quel volantino verrà sfruttata da gente di sinistra. Se ne falsificherà
la data per dimostrare che i fascisti lo avevano diffuso in
aprìle-maggio e così avvicinarlo al giorno del delitto. Si dirà ancora
che, dopo quel volantino, Alceste era stato minacciato dai fascisti
perchè considerato un traditore. Tutti falsi per cercare di dimostrare
un altro falso, che a uccidere Alceste erano stati i fascisti. Storie!
Il volantino era del 6 febbraio e Alceste non subì minacce da destra,
di nessun genere e sotto nessuna forma.
Passò qualche altro mese. Io, nel frattempo, ero stata trasferito a
Padova, facevo il pendolare e tornavo a Reggio il sabato e la domenica.
Avevamo anche cambiato casa e questo nella storia è un fatto che ha la
sua importanza. Nel marzo 1975 ci eravamo trasferiti da via Ariosto 17
a piazza Vallisneri. Poichè il contratto d'affitto del vecchio alloggio
scadeva soltanto a fine ottobre, Alceste ci aveva chiesto di restare lì
a dormire. In questo modo, l'appartamento di via Ariosto era diventato
un po' la casa di tutti. Come accade con i ragazzi d'oggi, Alceste
ospitava amici, anche gente che capitava a Reggio per una visita o per
un fatto politico, facevano musica, sì trovavano con le ragazze. E
anche questo non mi andava molto, ma rientrava in un andazzo tutto
sommato normale.
Poi, all'inizio dell'estate, accadde tutto. Era la mattina del 13
giugno 1975, un venerdì, due giorni prima delle elezioni
amministrative. Stavo in ufficio, a Padova quando verso le 10,30 mi
telefonò mia moglie. Ebbe la forza di non raccontarmi la verità. Mi
disse soltanto: " Vittorio vieni subito, deve essere successo qualcosa
ad Alceste. Pare che gli abbiano sparato. È accaduto vicino a
Montecchio ".
Sconvolto, entrai nell'ufficio del direttore, balbettavo, non riuscivo
a parlare, avevo ancora una speranza: che ci fosse stata una rissa e
Alceste l'avessero soltanto ferito, il capufficio chiamò i carabinieri
di Montecchio e mi passò la comunicazione. Al telefono c'era un
piantone. Gli dissi che ero il padre di Alceste Campanile mi sentii
rispondere: " Guardi che suo figlio è morto ".
Mi misi a urlare o a piangere, questo non lo ricordo più. Due colleghi
mi caricarono su una macchina e partimmo subito per Montecchio. Ci
arrivammo verso le tredici. Era un pomeriggio torrido, di caldo afoso.
Davanti alla cappella mortuaria del cimitero stavano due sottufficiali
della Benemerita in borghese. Gli chiesi che mi lasciassero vedere mio
figlio. Risposero: " Non può entrare, prima devono fare l'autopsia ".
Allora corsi a casa, in piazza Vallisneri. L'alloggio era già pieno di
gente. Con mia moglie e l'altro mio figlio Domenico, il minore, c'era
Paolo Casali, un amico non politico di Alceste, con altri amici di
famiglia. Nessuno sapeva niente e nessuno mi disse niente. L'unica cosa
certa era che Alceste era stato ucciso e basta.
Qualche ora più tardi tornai a Montecchio. AI cimitero non c'era
nessuno dì Lotta continua. L'au-topsia era finita. Alceste era stato
assassinato con due colpi di pistola calibro 7,65. Il primo glielo
avevano sparato alla nuca, da distanza ravvicinata: il proiettile era
penetrato sotto l'orecchio destro ed era uscito dalla tempia sinistra,
dopo avergli perforato il cranio. L'altro gli era stato sparato al
cuore, con la canna della pistola appoggiata al torace, si vedeva la
bruciatura sulla camicia.
I funerali si fecero il giorno dopo, sabato 14 giugno, in un
clima di estrema tensione. Lotta continua si era già impadronita del
cadavere di mio figlio. Bisogna ricordare quella primavera del 1975.
Erano morti a Milano, Zibecchi e Varalli. In precedenza, a Parma, era
stato ucciso a coltellate dai fascisti Mariano Lupo. Lotta continua
disse che anche Alceste era stato assassinato dai fascisti. E tutti
cominciarono a ripeterlo, sui manifesti, sui giornali, nei comizi...
II comizio davanti alla bara di Alceste fu interminabile. Eravamo in
piazza Fiume, tra una folla enorme, a Reggio erano arrivati migliaia di
giovani della sinistra, da tutta Italia. Parlava un esponente di Lotta
continua venuto da Milano. Costui non si rendeva conto dello stato di
prostrazione fisica della famiglia, parlava, parlava e non la smetteva
più. Alla line, riuscimmo a portare Alceste al cimitero dì San
Maurizio, una frazioncina di Reggio, e qui lo seppellimmo.
Da allora sono trascorsi più dì quattro anni. È un
tempo lungo, che però non cancella né il dolore per l'assassinio di un
figlio né il bisogno di verità, il bisogno di capire perché sia stato
ucciso e chi lo abbia ucciso. In questo tempo io non ho mai smesso di
cercare, ho lavorato, ho interrogato decine di persone, mi sono
trasformato in un detective, per comprendere, per sapere...
E la mia conclusione è la seguente. La morte di mio figlio è il frutto
di un omicidio premeditato, studiato in tutti i dettagli, una vera e
propria esecuzione. Questo assassinio è stato decìso e attuato
nell'area della sinistra extraparlamentare e la sua origine va
ricercata in una sporca storia di soldi, molti soldi, destinati al
finanziamento di un gruppo politico.
Attenzione: non sto parlando di Lotta continua. Questo deve esser
chiaro. Anche se comprende alcune persone che allora dicevano di essere
di Lotta continua, il gruppo a cui mi riferisco è più indistinto, oggi
diremmo che fa parte dell'arco dell'Autonomia, uno di quei gruppi a
cavallo fra legalità e illegalità che fra il 1974 e il 1975 si stavano
costituendo con il progetto di diventare clandestini e fare la lotta
armata. Perno alla fallita rapina di Argelato. nel Bolognese, avvenuta
nel dicembre 1974, qualche mese prima della morte di mio figlio. Il
colpo era destinato a finanziare la stampa, le radio e tutta l'attività
di quel gruppo. Ma l'azione non riuscì e si concluse con la morte del
brigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini e l'arresto di una parte
della banda. Bene, il gruppo che aveva tentato quella rapina,
costituito da militanti dell'Autonomia bolognese e lombarda, è
politicamente più o meno uguale a quello che ha deciso l'assassinio di
Alceste.
Il punto di partenza della mia ricostruzione è il
sequestro di Carlo Saronio. E' una storia nota a tutti, i giornali ne
hanno parlato molto, Saronio viene rapito la sera del 14 aprile 1975 e
muore durante il viaggio verso ls " prigione ". All'oscuro del suo
assassinio, i familiari pagano una prima rata del riscatto, 470
milioni. È un pagamento " al buio ". senza avere la certezza che il
sequestrato sia vivo. I soldi vengono consegnati a tre sconosciuti, la
sera del 9 maggio, verso le 22, sotto un cavalcavia dell'autostrada
Milano-Genova, nei pressi dello svincolo di Bereguardo.
E ora attenzione a questi conti. Quei 470 milioni vengono suddivisi
così: 160 finiscono nelle mani di delinquenti comuni chiamati a
partecipare al sequestro (lo dirà uno di loro, Carlo Casirati, al
processo); 67 verranno ritrovati nelle mani di un " politico ", Carlo
Fioroni, amico di Saronio e solito frequentare la sua casa. Restano 243
milioni di cui si perdono le tracce.
Bene, io dico che questa fetta del riscatto, la più grossa è
arrivata a Reggio ed è finita nelle mani di un gruppo extraparlamentare
reggiano che qui, per comodità, chiameremo l'Organizzazione. E' questo
gruppo ad aver ideato ed eseguito il sequestro, coti t'aiuto di Fioroni
e di delinquenti comuni, per finanziare la propria attività. Perché ne
sono certo? Potrei mostrare decine di carte. Ma per ora continuo la mia
ricostruzione.
Il riscatto, dunque, viene consegnato la sera del 9
maggio 1975. Il giorno dopo, sabato 10 maggio, arriva a Reggio una
Volkswagen color bianco sporco. È targata Genova, ma la targa è di
cartone. Su quell'auto ci sono due giovani sui trent'anni. E costoro
dormono, nella notte fra il 10 e l'11, nella casa di via Ariosto. Li ha
ospitati mio figlio Alceste.
Perchè Alceste li ospita? C'è una risposta sola: perché glieli ha
portati qualcuno che lui conosce, qualche amico di Reggio. E questo
amico li ha portati da lui perche la casa è quella adatta, una casa
dove passa molta gente, dove nessuno noterà due facce nuove. Ma
qualcuno, invece, nota la Volkswagen: è un amico di Alceste, Paolo
Casali. La sera del 10 maggio, Casali va a trovare mio figlio, nota la
vettura posteggiata in via Gazzata sotto le finestre della casa dove
abita Alceste. Suona, ma nessuno risponde. Casali, allora, se ne
va.
Passiamo al giorno dopo. È domenica 11 maggio. Anche in questo caso, il
testimone è sempre Casali. Siamo sulla piazza di Quattrocastella, un
comune vicino a Reggio. Casali abita li. È mattina. Il giovane nota
sulla piazza del paese la Volkswagen che la sera precedente aveva visto
vicino a via Ariosto. A bordo ci sono Alceste, un ragazzo di Lotta
Continua che allora abitava con lui e due sconosciuti: due tizi sulla
trentina che non ha mai visto.
Casali si avvicina all'auto e chiede ad Alceste: " Chi sono quei due?
". Lui risponde: " Due compagni operai ". Ma è una risposta quasi
imbarazzata, di chi ha voglia di tirar via. E a rimarcare il suo
imbarazzo, Alceste prende sottobraccio Casali, allontanandolo
dall'auto: " Vieni, andiamo a casa tua, mi devi restituire dei libri ".
Io sono certissimo che su quella Volkswagen sono stati portati a Reggio
Emilia i soldi del riscatto Saronio. Quei due sconosciuti erano i
corrieri. Alceste li ha ospitati la sera del 10, è stato con loro la
mattina di domenica 11 e poi li ha rivisti in un altro momento, in casa
di una persona di Reggio che io ritengo sia fra i mandanti
dell'uccisione di mio figlio. Quando li ha rivisti? Il pomeriggio o la
sera della stessa domenica.
Sino a questo momento, però, Alceste non sa nulla. Ha soltanto dato
ospitalità a quei due per una notte, su richiesta di un amico. Poi li
ha incontrati il giorno dopo in una casa insospettabile. Non sa nemmeno
che cosa siano venuti a fare a Reggio i due " compagni operai ".
Quando Alceste comincia a capire? Secondo me, qualche giorno dopo. Che cosa accade, infatti?
Il 16 maggio la polizia cantonale di Bellinzona ferma Carlo Fioroni a
Lugano. Fioroni ha con sé 67 milioni del riscatto Saronio, che ha
portato in Svizzera per riciclare e in parte ha già riciclato in
diverse banche elvetiche». Ce li ha portati nascosti in un'auto, in una
bombola per il gas metano appositamente adattata. Ma l'auto non è
di Fioroni. E' una Fiat 124 di Reggio Emilia. Il proprietario delta
vettura è Franco Prampolini, il giovane che abbiamo incontrato
all'inizio di questo racconto.
È stato Prampolini a praticare un foro nella bombola del gas per
nascondere i soldi " sporchi ". Poi ha messo sul foro un coperchio di
plastica e ha riverniciato il tutto. L'operazione è stata fatta in una
casa di campagna di Cavriago, un paese fra Reggio e Montecchio. Con
Prampolini c'erano altri due giovani amici di Alceste, un ragazzo e una
ragazza.
Poi Prampolini ha accompagnato Fioroni in Svizzera ed è arrestato
assieme a lui Lugano. Con loro viene presa una giovane insegnante,
Maria Crìstina Cazzaniga, un'amica di Fioroni, anche lei militante dì
Autonomia. La signora Saronio ricorda di aver conosciuto questa ragazza
a casa sua. Gliela aveva presentata Fioroni, dicendole: " È mia moglie
".
La notizia che i tre sono stati arrestati a Lugano mentre stanno
riciclando del denaro, viene pubblicata dai giornali domenica 18
maggio. E' in quel momento che Alceste comincia a capire. Non conosce
Fioroni, ma conosce bene Prampolini, anch'egli ex-allievo dello "
Spallanzani " di Reggio. Forse da via Ariosto, dove Prampolini andava a
trovare Alceste quando tornava a Reggio da Milano, è passata anche la
Cazzaniga.
In quei giorni io parlo con Alceste della storia svizzera. Dico: " Hai
visto la fine di Prampolini? ". Lui replica soltanto: " Quell'asino si
è fatto beccare. È un vero fesso ".
Dopo la morte di Alceste, mi sono ricordato di una
cosa. Tutte le volte che in famiglia il discorso andava sulla vicenda
di Lugano (i quotidiani avevano continuato a scrìverne per un pezzo),
mio figlio sembrava desideroso di tagliar corto, rispondeva in modo
evasivo e poi passava ad altro. E non c'è soltanto questo. Nei giorni
successivi, Alceste dirà un paio di volte a sua madre: " Tanto a me,
prima o poi, mi faranno fuori ".
Perchè Alceste si comporta così? Da dove viene il suo timore? Questo è
il punto che non sono ancora riuscito a chiarire sino in fondo. Forse
ha cominciato a collegare certi fatti: il sequestro Saronio, la
data del pagamento del riscatto, l'arrivo dei due " compagni operai " a
Reggio, la casa in cui li ha incontrati, Prampolini arrestato con i
soldi a Lugano... Forse ha pure visto quel che non doveva vedere, è
stato testimone involontario di un fatto grave. E può darsi che non
soltanto abbia capito qualcosa, ma abbia raccontato questo " qualcosa "
a chi non doveva raccontarlo.
A questo punto Alceste è già diventato un testimone
pericoloso per l'Organizzazione. Nel frattempo passano altri giorni e
accadono altri fatti. Il 7 giugno i giornali raccontano che il giorno
prima, a Milano, la polizia ha arrestato uno dei delinquenti comuni che
ha partecipato al sequestro di Saronio: e Giustino De Vuono, 35 anni,
già arruolato nella Legione straniera, con precedenti penali per rapina
e per un doppio tentato omicidio.
Il giorno dopo, domenica 8 giugno, i quotidiani pubblicano il nome e la
foto di un altro dei delinquenti comuni coinvolti nel sequestro. Carlo
Casirati, di 33 anni, evaso due volte dalle carceri e ancora latitante.
Ma sui giornali di quella domenica c'è ben altro: c'è la notizia che
Fioroni ha comincialo a confessare. Ecco che cosa scrive il " Corriere
della Sera ": " II ‘professorìno ', già compagno di Feltrinelli, ha
parlato e ha ammesso di essere stato lui, sia pure per incarico di un
misterioso ' capo ' a organizzare ogni cosa. Lo ha fatto per finanziare
un gruppo dell'ultrasinistra al quale appartiene, che non è quello
delle Brigate rosse, ma uno affine chiamato Autonomia operaia".
Alceste legge queste cronache, vede le foto di De
Vuonoi, di Casirati, di Fioroni e forse capisce altre cose. Ma i suoi
giorni, ormai, sano contati. Lunedì 9 giugno va, a Bologna. La sera ci
resta a dormire in una casa di " compagni " in via Marsili.
Durante la notte, gli vengono sottratti i documenti e l'agendina
telefonica con gli indirizzi di amici politici sparsi in tutta Italia.
Alceste rientra a Reggio martedì 10 giugno. Mentre assiste in piazza
Prampolini a un comizio, incontra un amico, Michele Moramarco, e gli
confida di voler lasciare Lotta continua e di volersi iscrivere alla
federazione giovanile del Pci. Che cosa spinge Alceste verso questa
decisione? Forse il fatto di non condividere più le impostazioni
politiche e le finalità di quel gruppo di estrema sinistra. È difficile
dirlo. Mi sembra più credibile un'altra risposta: forse Alceste si era
sentito moralmente a disagio dopo quel che aveva scoperto sul caso
Saronio. Questo lo aveva messo in crisi nei confronti del gruppo, tanto
da fargli dire a Michele: " Ho riscontrato una totale assenza di valori
umani ".
Siamo a giovedì 12 giugno. Alceste torna a Bologna per l'ultimo esame
di inglese. Prende trenta e la sera rientra a Reggio, Cena a casa
nostra, in piazza Vallisneri, quindi telefona a un amico al quale ha
prestato le chiavi dì via Ariosto. Gli risponde il padre e gli dice che
le chiavi sono state lasciate sul tavolo della cucina. Le chiavi non
saranno mai ritrovate. Alceste fa un'altra telefonata. Certamente
chiama un amico con il quale doveva incontrarsi quella sera. Ma nessuno
risponde.
Allora Alceste si dirige verso via Ariosto, nella
speranza di trovare qualcuno. Sono le 22.30. La porta dell"alloggio è
chiusa, Alceste suona, ma nessuno risponde. Allora posa i libri e il
libretto universitario su un muretto dell'androne (verranno ritrovati
lì il mattino dopo dai carabinieri) e poi... Dopo questo " poi "
comincia il buio. Io ho cercato di vedere in questo buio. Ecco quello
che ho visto. Una volta posati i libri. Alceste si allontana da via
Ariosto e si dirige verso la casa poco distante di un amico politico
che gli aveva fissato un appuntamento per quella sera. L'amico non c'è.
Al suo posto, davanti alla casa, mio figlio incontra un altro amico che
frequentava Lotta continua, un disoccupato, uno sbandato arrivato a
Reggio l'anno prima. È in compagnia di una persona: il killer
ingaggiato dall'Organizzazione. Con loro c'è una ragazza, una compagna
di Alceste. L'amico gli dice: " Perché non andiamo al ‘Redas' ?". Il "
Redas " è una sala da ballo di Montecchio dove Alceste è già stato
altre volte con lui e qualcuno del gruppo. È giovedì sera e in Emilia
il giovedì sera si balla.
Partono tutti e quattro su un'auto. La ragazza è al volante. L'auto
percorre la provinciale per Montecchio, poi, giunta in località
Convoglio, a 18 chilometri da Reggio, all'improvviso svolta destra, su
un viottolo che porta all'Enza. Sono suonate da poco le 23. È a questo
punto che Alceste si accorge di essere finito in una trappola. Tenta di
scappare dall'auto, ma chi gli sta seduto alle spalle gli spara il
primo colpo, alla nuca. Alceste, forse, da ancora segni di vita. Allora
lo prendono per le ascelle, lo trascinano fuori dalla vettura, Io
adagiano a schiena in giù, davanti ai fari. Qui il killer gli spara il
secondo colpo, al cuore. Il proiettile l'hanno ritrovato sotto il corpo
di Alceste; vicino c'era il bossolo, poco distante il primo proiettile
sparato al capo. L'altro bossolo è rimasto nell'auto degli assassini. A
scoprire il cadavere sarà poi un barbiere di Montecchio durante il
ritorno a casa, a notte fonda.
Molti dicono che questa ricostruzione sta in piedi
su un elemento solo: che su quella Volkswagen arrivala a Reggio ci
fosse la parte più cospicua del riscatto Saronio, 243 milioni. Ma
questa per me è una certezza. Dopo tanti colpi di scena, il processo
Saronio si è chiuso nel febbraio 1979 con due vistose lacune. Primo:
non ha accertato dove sono finiti i 243 milioni. Secondo: non ha
identificato i veri ideatori del sequestro.
Quattro anni di indagini mi hanno portato a una conclusione: gli
ideatori del sequestro Saronio sono di Reggio Emilia e i 243 milioni
mai ritrovati sono rimasti qui, fra Reggio e Bologna. Al processo,
Fioroni ha detto due cose: che quando lui rientrò a Milano nella
primavera del 1975 l'idea di rapire Carlo Saronio " era già nell'aria "
e che si era pensato al sequestro perché c'era da risolvere " un
problema urgente di finanziamento politico ". Per di più, Casirati, uno
degli esecutori materiali del sequestro, ha dichiarato in dibattimento
che al colpo avevano partecipato "due politici" di cui non ha voluto
fare i nomi. Ha aggiunto: alla riunione che si tenne a Milano, vicino a
piazza Aspromonte, la sera del sequestro, " c'erano persone che
se venisse resa nota la loro identità, oggi come oggi, quest'aula
salterebbe ".
Si tratta, evidentemente, di personaggi al di sopra di ogni sospetto, i
veri ideatori dei sequestro di cui sia Fioroni che Casirati hanno
taciuto i nomi. I primi due, i " due politici " sono identificabili
perchè vivevano a Reggio Emilia, dove frequentavano i ragazzi di Lotta
continua, anche se non sono reggiani. I due erano " amici " di Alceste
e uno di essi ha partecipato all'omicidio di mio figlio. Chi gli ha
sparato, invece, è un delinquente comune, venuto da fuori, legato a uno
dei capi dell'Organizzazione.
Perché uccidere Alceste? Per ragioni di sicurezza.
Alceste aveva capito troppo. Non solo: si era reso conto che alcune
persone da lui frequentate erano coinvolte nel sequestro Saronio e che
il denaro del riscatto serviva a finanziare un'attività clandestina.
Mio figlio era un ragazzo leale, onesto, un idealista. Questa sporca
storia lo aveva deluso, amareggiato. Ne ha parlato con qualcuno che gli
era vicino e costui, forse inconsapevolmente, lo ha tradito, ha
lasciato comprendere che Alceste aveva capito tutto. Così hanno deciso
di sopprimerlo. Il delitto è stato organizzato in casa di un cittadino
insospettabile, che allora abitava a Reggio, la sera dì mercoledì 11
giugno 1975.
Da allora sono passati cinque anni. Il processo Saronio si è chiuso.
Sono stati tutti condannati. Ma restano impuniti i veri ideatori del
sequestro che hanno intascato la fetta più consistente del riscatto e i
due " politici " del gruppo reggiano che collaborarono al rapimento.
L'istruttoria sull'omicidio di Alceste non ha portato ad alcun
risultato. Tre magistrati hanno raccolto una montagna di carte inutili.
Chi ha dato una mano all'Organizzazione ha degli alibi che sembrano
difficili da incrinare, anche se forse non sarà impossibile farlo. E
cosi gli assassini sono ancora tra noi.
Un fatto è certo: per intorbidare le acque e rimanere nell'ombra,
l'Organizzazione faceva affidamento sulla montatura orchestrata con
ogni mezzo dall'estrema sinistra e su una catena di falsi testimoni.
L'obiettivo sembrava raggiunto. A Reggio Emilia, l'inchiesta, ormai
ferma da due anni, sarebbe stata certamente archiviata come un delitto
commesso da ignoti. Ma io ho continuato il mio lavoro di ricerca. Sul
cadavere di Alceste avevo fatto una promessa che è diventata la ragione
della mia esistenza: la cattura dei criminali che l'avevano assassinato.
Un primo risultato l'ho ottenuto. Dopo alcune
rivelazioni che io ho fatto alla stampa, l'inchiesta è stata tolta ai
giudici reggiani e affidata al Tribunale di Ancona. Ha preso questa
decisione la Corte di Cassazione. Le speranze di vedere in galera gli
assassìni di Alceste oggi sono riposte nelle mani di altri magistrati.
Queste speranze non sono molte, anche se qualcosa è avvenuto dopo la
confessione di Fioroni. Purtroppo uno dei testimoni decisivi per la
scoperta della verità oggi non c'è più. Si tratta di Paolo Casali. Era
un carissimo amico di Alceste, uno studente che non faceva politica.
Dopo essersi laureato in Lingue, era andato a fare il servizio
militare. Anche lui come Alceste era appassionato di musica e suonava
la chitarra. Alla fine del marzo 1978, era andato a Domodossola con
altri soldati per un concerto. Mentre suonava è caduto a terra, morto.
Aveva 26 anni e hanno detto che era stato ucciso da una trombosi. No,
io non penso a niente. Ma tutto è possibile a questo mondo. La causa
della morte di Paolo non è certa perché non gli hanno fatto l'autopsia.
Sul quel viottolo di campagna, al posto della lapide voluta da Lotta
continua con le accuse ai fascisti, ne ho messa un'altra. Dice: " In
questo posto, la notte del 12 giugno 1975, vigilia elettorale, una mano
assassina ha barbaramente ucciso a tradimento con due colpi dì pistola
alla nuca e al cuore Alceste Campanile, studente universitario di anni
22. I genitori, il fratello, gli amici ricordano la sua giovinezza
spezzata, la sua generosità tradita, la sua umanità calpestata in
questo mondo dove non vi è traccia di alcuna pietà " ».
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