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Home arrow Documenti dell'epoca arrow 1979 - Gianpaolo Pansa: "Il mistero di Alceste"

1979 - Gianpaolo Pansa: "Il mistero di Alceste" Stampa E-mail
sabato, 29 gennaio 2005
(fonte: Gianpaolo Pansa, Storie italiane di violenza e terrorismo, Laterza, 1979 - pp. 262-279)

Il mistero di Alceste

    « Avevo un figlio. Alceste, e me l'hanno ucciso. È stato assassinato con una pallottola alla nuca e una al cuore, il 12 giugno 1975, appena passate le undici di sera, a Montecchio Emilia, lungo un viottolo di campagna che scende verso il fiume Enza. Alceste non aveva ancora 22 anni, li avrebbe compiuti di lì a poco, in luglio.
Chi lo ha ucciso? Subito dopo il delitto, si è detto e si è scritto che erano stati i fascisti: una vendetta di avversari politici, perché Alceste era un giovane di sinistra, di Lotta continua. I suoi compagni, e non soltanto loro, hanno cercato di accreditare questa tesi con tutti i mezzi possibili, con manifesti, nei comizi, sui giornali. Ma era un falso. La verità è ben altra: mio figlio è stato ucciso da gente di sinistra, gente che stava nel giro dell'Autonomia.
Lo ha riconosciuto, sia pure con quasi quattro anni di ritardo, lo stesso giornale di Lotta continua: " Non crediamo più alla versione del delitto fascista. [...] Specialmente nel corso del 1977, all'interno dell'area dell'autonomia (intesa nel senso più ampio e generico), sono cominciate a filtrare voci che attribuivano a una matrice di sinistra l'assassinio di Alceste. Si aggiungeva in qualche caso una sorta di implicita rivendicazione del suo assassinio, fino al punto di minacciare qualche compagno di stare attento a non fare la fine di Alceste Campanile ".
Questo ha pubblicato " Lotta continua " nel febbraio del 1979. Ma io dirò molto di più. Sono il padre di Alceste, Vittorio Campanile, ho 48 anni, ragioniere, impiegato in un'amministrazione pubblica. È da quasi cinque anni che sto indagando a Reggio Emilia, che combatto quasi da solo, con le mie poche forze. E sulla mia persona sono state fatte tante pressioni affinché me ne stessi zitto. Chi le ha fatte? Diciamo gli inquirenti, così non si offende nessuno.

    Alceste era un ragazzo alto un po' più della media, capelli castani, occhi azzurri, snello, un bellissimo figliolo. Aveva un carattere aperto, estremamente leale. Era il contrario del violento: un giovane di coraggio, ma generoso e di grande cuore. Forse ho un ricordo un po' mitico di questo mio figlio morto. Ma no, credo di no. Aveva difetti? Ecco, era insofferente di ogni tipo di autoritarismo, amava la libertà, a volte penino all'eccesso. Io cercavo di controllare il suo spirito d'indipendenza, tentavo di pretendere un minimo di disciplina. Questo forse era il suo unico difetto, un dìfetto comune a molti giovani, di voler sempre fare di testa propria. Ma è un difetto o una virtù? È difficile dirlo.
Per il resto, Alceste era un ragazzo come tanti. Amava la musica moderna, suonava bene la chitarra, aveva creato un complessino, " La setta degli angeli blu ". Leggeva molto. Aveva anche viaggiato. Si era mosso all'età di quindici anni, tutte le estati lui e altri amici prendevano il sacco a pelo e andavano all'estero in autostop, prima in Germania, poi in Olanda e in Austria. I parenti questo me lo rimproveravano, dicevano che era una libertà eccessiva. Ma che cosa potevo farci? Loro prendevano il sacco e partivano.
Del resto, Alceste non era solo un buon ragazzo, era anche un buon studente. Aveva avuto un solo momento di crisi: frequentava il liceo scientifico " Spallanzani " di Reggio Emilia e a metà del terzo anno aveva smesso. Era stato costretto a ripetere la terza poi era tornato sulla strada buona. Non era di quelli che passano il pomeriggio a tavolino, perchè aveva molti interessi. Però se la cavava bene. E meglio ancora era andato quando si era iscritto a Lettere, a Bologna, al Dams, il corso di laurea in disciplina delle arti, della rmusica e dello spettacolo. Perché aveva scelto quella strada? Non lo so. lo avrei preferito una facoltà come Legge o Scienze politiche, che ti offrono più possibilità di lavoro. Ma lui aveva voluto andare al Dams, forse spìnto dalla sua passione per la musica o anche per l'influenza del gruppo politico nel quale militava. Comunque, sul suo libretto d'esami c'erano tutti trenta.
Questo era il ragazzo. Un ragazzo limpido anche nelle scelte politiche. E qui bisogna parlare di un episodio sul quale, dopo il delitto, hanno ricamato in tanti per avvalorare la tesi dell'omicidio fascista. L'episodio risale all'anno scolastico 1967-68. Alceste faceva il primo scientifico e questo è bene sottolinearlo, contava appena 14 anni. La sua classe aveva un insegnante di educazione fisica che militava nel Msi. Una degna persona, credo, ma con le sue idee in testa. E molti dei ragazzi della classe avevano finito col prendere la tessera della Giovane Italia. Anche Alceste la prese.

    Era una scelta politica? Io dico di no. Erano tutti poco più che bambini, a quell'epoca la Giovane Italia andava forte nelle scuole, e forse a Reggio aveva una sede dove si poteva giocare a biliardino. Che cosa vuole che Alceste ne sapesse del Msì e della sua politica? Comunque, negli archìvi della Giovane Italia di Reggio risulta quella tessera con la sua firma. II rapporto (ti mio figlio con la destra finisce qui. Ma ho raccontato l'episodio perché, come poi si vedrà, verrà tirato fuori otto anni dopo e avrà una sua importanza nella polemica seguita alla sua morte.
La vera esperienza politica di Alceste cominciò più tardi, in quarta liceo. Era l'anno scolastico 1971-72 e lui aveva già compiuto i 18 anni. Dopo aver ripetuto la terza al collegio " Maria Luigia " di Parma, riprese a frequentare lo " Spallanzani ". È un grande istituto, nel quale studiano molti ragazzi di Reggio. Qui citerò uno solo dei suoi compagni di scuola, un coetaneo. Lo cito perché lo rìtroveremo a un certo punto della storia: Franco Prampolini.
Fu in quell'anno che Alceste scelse la sinistra extra-parlamentare. Come altri studenti dello " Spiallanzani " si avvicinò a un gruppo spontaneo locale, il " 7 luglio ", frequentato, tra gli altri, anche dal Prampolini che ho appena citato. Che cosa accadesse a Reggio in quel tempo, in città lo sanno tutti. Il " 7 luglio " era nato da un altro gruppo, " la Comune ", che aveva sede in via Guido da Castello, nel centro della città, in un appartamento malmesso. Vicino c'era la sede di Sinistra proletaria: il gruppo di Franceschini, Ognibene, Gallinari, Pelli, Paroli, tutti giovani che, prima o poi, sarebbero finiti nel terrorismo, con le Brigate rosse.
Perché Alceste andò a sinistra? Non saprei rispondere con esattezza. Come accade in molte famiglie, anche nella nostra si parlava raramente di politica. Parlavamo più delle cose di tutti i giorni, o di cinema, o di musica. Io non ho mai avuto un impegno politico preciso. E qualche volta Alceste, che con me aveva rapporti affettuosissimi, mi rimproverava, scherzando, di essere " un pragmatista ".

    La sua posizione cominciò a precisarsi soltanto alla fine del 1973. Il gruppo " 7 luglio " ormai si era sciolto. Prampolini se n'era andato a Milano, alla facoltà di Architettura, dove aveva conosciuto Carlo Fioroni, un personaggio che incontreremo in seguito. La maggior parte degli altri ragazzi erano entrati in Lotta continua che aveva messo una lede anche a Reggio, in via Franchi, ed era guidata da un piccolo leader locale. Luigi Pozzoli. Alceste, lì per lì, non aderì subito. Presa la maturità scientifica, si era iscrìtto al Dams. Andava spesso a Bologna dove aveva cominciato a frequentare gente dell'ultrasinistra, giovani come lui. a volte ben più scaldati di lui, Bifo, ad esempio, quello che diverrà famoso con Radio Alice durante la guerriglia urbana scatenata dagli autonomi nel marzo del 1977.

    Il destino politico e umano di Alceste si decise nell'estate del 1974. Dopo essere stato in vacanza in Calabria e poi ospite di una villa a Messina, una villa di persone molto note a Reggio Emilia, tornò a casa e si gettò a capofitto nella militanza politica. Entrò in Lotta continua, diventò responsabile del circolo culturale " Ottobre " si diede a organizzare le cose solite di quel gruppo, manifestazioni, volantinaggi. assemblee. Fece anche la sua prima conoscenza con l'ufficio politico della Questura.
Non davo importanza alla cosa, Non mi occupavo di politica, né dei fatti di criminalità polìtica che già allora accadevano. A esser sincero, non conoscevo nemmeno che cosa fosse con precisione Lotta continua. Appartenevo a quella massa grigia di cittadini che non sa che cosa le accade intorno, o al massimo osserva le vicende politiche in modo distaccato, sui giornali. Ma un conto è vedere le cose da spettatore, un altro è viverle sulla propria pelle. La morte di Alceste mi ha aperto gli occhi.
Andiamo avanti. Il 20 dicembre 1974 accadde un episodio che va ricordato. Quella mattina Alceste, con due compagni di Lotta continua, era andato a distribuire dei volantini davanti all'istituto tecnico " Zanelli ". Nacque una rissa fra loro e tre ragazzi neofascisti del Fronte della gioventù. Si picchiarono, per fortuna a mani nude, vidi poi Alceste con un livido sullo zigomo. La polizia li identificò e denunciò tutti e sei.
Qualche tempo dopo, era il 6 febbraio 1975, i fascistucolì reggiani, per vendicarsi, diffusero un volantino. C'era riprodotta la vecchia tessera della Giovane Italia che Alceste aveva posseduta a 14 anni. Sopra «stava scritto: " Da fascista a comunista. Viltà o convenienza? Attenti compagni, chi ha tradito una volta può tradire ancora! ".

    Alceste non se la prese e all'interno di Lotta continua non ebbe alcun problema. Perchè questo episodio merita di essere ricordato? La ragione e semplice. Dopo l'omicidio, la storia di quel volantino verrà sfruttata da gente di sinistra. Se ne falsificherà la data per dimostrare che i fascisti lo avevano diffuso in aprìle-maggio e così avvicinarlo al giorno del delitto. Si dirà ancora che, dopo quel volantino, Alceste era stato minacciato dai fascisti perchè considerato un traditore. Tutti falsi per cercare di dimostrare un altro falso, che a uccidere Alceste erano stati i fascisti. Storie! Il volantino era del 6 febbraio e Alceste non subì minacce da destra, di nessun genere e sotto nessuna forma.
Passò qualche altro mese. Io, nel frattempo, ero stata trasferito a Padova, facevo il pendolare e tornavo a Reggio il sabato e la domenica. Avevamo anche cambiato casa e questo nella storia è un fatto che ha la sua importanza. Nel marzo 1975 ci eravamo trasferiti da via Ariosto 17 a piazza Vallisneri. Poichè il contratto d'affitto del vecchio alloggio scadeva soltanto a fine ottobre, Alceste ci aveva chiesto di restare lì a dormire. In questo modo, l'appartamento di via Ariosto era diventato un po' la casa di tutti. Come accade con i ragazzi d'oggi, Alceste ospitava amici, anche gente che capitava a Reggio per una visita o per un fatto politico, facevano musica, sì trovavano con le ragazze. E anche questo non mi andava molto, ma rientrava in un andazzo tutto sommato normale.
Poi, all'inizio dell'estate, accadde tutto. Era la mattina del 13 giugno 1975, un venerdì, due giorni prima delle elezioni amministrative. Stavo in ufficio, a Padova quando verso le 10,30 mi telefonò mia moglie. Ebbe la forza di non raccontarmi la verità. Mi disse soltanto: " Vittorio vieni subito, deve essere successo qualcosa ad Alceste. Pare che gli abbiano sparato. È accaduto vicino a Montecchio ".
Sconvolto, entrai nell'ufficio del direttore, balbettavo, non riuscivo a parlare, avevo ancora una speranza: che ci fosse stata una rissa e Alceste l'avessero soltanto ferito, il capufficio chiamò i carabinieri di Montecchio e mi passò la comunicazione. Al telefono c'era un piantone. Gli dissi che ero il padre di Alceste Campanile mi sentii rispondere: " Guardi che suo figlio è morto ".
Mi misi a urlare o a piangere, questo non lo ricordo più. Due colleghi mi caricarono su una macchina e partimmo subito per Montecchio. Ci arrivammo verso le tredici. Era un pomeriggio torrido, di caldo afoso. Davanti alla cappella mortuaria del cimitero stavano due sottufficiali della Benemerita in borghese. Gli chiesi che mi lasciassero vedere mio figlio. Risposero: " Non può entrare, prima devono fare l'autopsia ".
Allora corsi a casa, in piazza Vallisneri. L'alloggio era già pieno di gente. Con mia moglie e l'altro mio figlio Domenico, il minore, c'era Paolo Casali, un amico non politico di Alceste, con altri amici di famiglia. Nessuno sapeva niente e nessuno mi disse niente. L'unica cosa certa era che Alceste era stato ucciso e basta.
Qualche ora più tardi tornai a Montecchio. AI cimitero non c'era nessuno dì Lotta continua. L'au-topsia era finita. Alceste era stato assassinato con due colpi di pistola calibro 7,65. Il primo glielo avevano sparato alla nuca, da distanza ravvicinata: il proiettile era penetrato sotto l'orecchio destro ed era uscito dalla tempia sinistra, dopo avergli perforato il cranio. L'altro gli era stato sparato al cuore, con la canna della pistola appoggiata al torace, si vedeva la bruciatura sulla camicia.
I  funerali si fecero il giorno dopo, sabato 14 giugno, in un clima di estrema tensione. Lotta continua si era già impadronita del cadavere di mio figlio. Bisogna ricordare quella primavera del 1975. Erano morti a Milano, Zibecchi e Varalli. In precedenza, a Parma, era stato ucciso a coltellate dai fascisti Mariano Lupo. Lotta continua disse che anche Alceste era stato assassinato dai fascisti. E tutti cominciarono a ripeterlo, sui manifesti, sui giornali, nei comizi...
II comizio davanti alla bara di Alceste fu interminabile. Eravamo in piazza Fiume, tra una folla enorme, a Reggio erano arrivati migliaia di giovani della sinistra, da tutta Italia. Parlava un esponente di Lotta continua venuto da Milano. Costui non si rendeva conto dello stato di prostrazione fisica della famiglia, parlava, parlava e non la smetteva più. Alla line, riuscimmo a portare Alceste al cimitero dì San Maurizio, una frazioncina di Reggio, e qui lo seppellimmo.

    Da allora sono trascorsi più dì quattro anni. È un tempo lungo, che però non cancella né il dolore per l'assassinio di un figlio né il bisogno di verità, il bisogno di capire perché sia stato ucciso e chi lo abbia ucciso. In questo tempo io non ho mai smesso di cercare, ho lavorato, ho interrogato decine di persone, mi sono trasformato in un detective, per comprendere, per sapere...
E la mia conclusione è la seguente. La morte di mio figlio è il frutto di un omicidio premeditato, studiato in tutti i dettagli, una vera e propria esecuzione. Questo assassinio è stato decìso e attuato nell'area della sinistra extraparlamentare e la sua origine va ricercata in una sporca storia di soldi, molti soldi, destinati al finanziamento di un gruppo politico.
Attenzione: non sto parlando di Lotta continua. Questo deve esser chiaro. Anche se comprende alcune persone che allora dicevano di essere di Lotta continua, il gruppo a cui mi riferisco è più indistinto, oggi diremmo che fa parte dell'arco dell'Autonomia, uno di quei gruppi a cavallo fra legalità e illegalità che fra il 1974 e il 1975 si stavano costituendo con il progetto di diventare clandestini e fare la lotta armata. Perno alla fallita rapina di Argelato. nel Bolognese, avvenuta nel dicembre 1974, qualche mese prima della morte di mio figlio. Il colpo era destinato a finanziare la stampa, le radio e tutta l'attività di quel gruppo. Ma l'azione non riuscì e si concluse con la morte del brigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini e l'arresto di una parte della banda. Bene, il gruppo che aveva tentato quella rapina, costituito da militanti dell'Autonomia bolognese e lombarda, è politicamente più o meno uguale a quello che ha deciso l'assassinio di Alceste.

    Il punto di partenza della mia ricostruzione è il sequestro di Carlo Saronio. E' una storia nota a tutti, i giornali ne hanno parlato molto, Saronio viene rapito la sera del 14 aprile 1975 e muore durante il viaggio verso ls " prigione ". All'oscuro del suo assassinio, i familiari pagano una prima rata del riscatto, 470 milioni. È un pagamento " al buio ". senza avere la certezza che il sequestrato sia vivo. I soldi vengono consegnati a tre sconosciuti, la sera del 9 maggio, verso le 22, sotto un cavalcavia dell'autostrada Milano-Genova, nei pressi dello svincolo di Bereguardo.
E ora attenzione a questi conti. Quei 470 milioni vengono suddivisi così: 160 finiscono nelle mani di delinquenti comuni chiamati a partecipare al sequestro (lo dirà uno di loro, Carlo Casirati, al processo); 67 verranno ritrovati nelle mani di un " politico ", Carlo Fioroni, amico di Saronio e solito frequentare la sua casa. Restano 243 milioni di cui si perdono le tracce.
Bene, io dico che questa fetta del riscatto, la più grossa  è arrivata a Reggio ed è finita nelle mani di un gruppo extraparlamentare reggiano che qui, per comodità, chiameremo l'Organizzazione. E' questo gruppo ad aver ideato ed eseguito il sequestro, coti t'aiuto di Fioroni e di delinquenti comuni, per finanziare la propria attività. Perché ne sono certo? Potrei mostrare decine di carte. Ma per ora continuo la mia ricostruzione.

    Il riscatto, dunque, viene consegnato la sera del 9 maggio 1975. Il giorno dopo, sabato 10 maggio, arriva a Reggio una Volkswagen color bianco sporco. È targata Genova, ma la targa è di cartone. Su quell'auto ci sono due giovani sui trent'anni. E costoro dormono, nella notte fra il 10 e l'11, nella casa di via Ariosto. Li ha ospitati mio figlio Alceste.
Perchè Alceste li ospita? C'è una risposta sola: perché glieli ha portati qualcuno che lui conosce, qualche amico di Reggio. E questo amico li ha portati da lui perche la casa è quella adatta, una casa dove passa molta gente, dove nessuno noterà due facce nuove. Ma qualcuno, invece, nota la Volkswagen: è un amico di Alceste, Paolo Casali. La sera del 10 maggio, Casali va a trovare mio figlio, nota la vettura posteggiata in via Gazzata sotto le finestre della casa dove abita Alceste. Suona,  ma nessuno risponde. Casali, allora, se ne va.
Passiamo al giorno dopo. È domenica 11 maggio. Anche in questo caso, il testimone è sempre Casali. Siamo sulla piazza di Quattrocastella, un comune vicino a Reggio. Casali abita li. È mattina. Il giovane nota sulla piazza del paese la Volkswagen che la sera precedente aveva visto vicino a via Ariosto. A bordo ci sono Alceste, un ragazzo di Lotta Continua che allora abitava con lui e due sconosciuti: due tizi sulla trentina che non ha mai visto.
Casali si avvicina all'auto e chiede ad Alceste: " Chi sono quei due? ". Lui risponde: " Due compagni operai ". Ma è una risposta quasi imbarazzata, di chi ha voglia di tirar via. E a rimarcare il suo imbarazzo, Alceste prende sottobraccio Casali, allontanandolo dall'auto: " Vieni, andiamo a casa tua, mi devi restituire dei libri ".
Io sono certissimo che su quella Volkswagen sono stati portati a Reggio Emilia i soldi del riscatto Saronio. Quei due sconosciuti erano i corrieri. Alceste li ha ospitati la sera del 10, è stato con loro la mattina di domenica 11 e poi li ha rivisti in un altro momento, in casa di una persona di Reggio che io ritengo sia fra i mandanti dell'uccisione di mio figlio. Quando li ha rivisti? Il pomeriggio o la sera della stessa domenica.
Sino a questo momento, però, Alceste non sa nulla. Ha soltanto dato ospitalità a quei due per una notte, su richiesta di un amico. Poi li ha incontrati il giorno dopo in una casa insospettabile. Non sa nemmeno che cosa siano venuti a fare a Reggio i due " compagni operai ".
Quando Alceste comincia a capire? Secondo me, qualche giorno dopo. Che cosa accade, infatti?
Il 16 maggio la polizia cantonale di Bellinzona ferma Carlo Fioroni a Lugano. Fioroni ha con sé 67 milioni del riscatto Saronio, che ha portato in Svizzera per riciclare e in parte ha già riciclato in diverse banche elvetiche». Ce li ha portati nascosti in un'auto, in una bombola per il gas metano  appositamente adattata. Ma l'auto non è di Fioroni. E' una Fiat 124 di Reggio Emilia. Il proprietario delta vettura è Franco Prampolini, il giovane che abbiamo incontrato all'inizio di questo racconto.
È stato Prampolini a praticare un foro nella bombola del gas per nascondere i soldi " sporchi ". Poi ha messo sul foro un coperchio di plastica e ha riverniciato il tutto. L'operazione è stata fatta in una casa di campagna di Cavriago, un paese fra Reggio e Montecchio. Con Prampolini c'erano altri due giovani amici di Alceste, un ragazzo e una ragazza.
Poi Prampolini ha accompagnato Fioroni in Svizzera ed è arrestato assieme a lui Lugano. Con loro viene presa una giovane insegnante, Maria Crìstina Cazzaniga, un'amica di Fioroni, anche lei militante dì Autonomia. La signora Saronio ricorda di aver conosciuto questa ragazza a casa sua. Gliela aveva presentata Fioroni, dicendole: " È mia moglie ".
La notizia che i tre sono stati arrestati a Lugano mentre stanno riciclando del denaro, viene pubblicata dai giornali domenica 18 maggio. E' in quel momento che Alceste comincia a capire. Non conosce Fioroni, ma conosce bene Prampolini, anch'egli ex-allievo dello " Spallanzani " di Reggio. Forse da via Ariosto, dove Prampolini andava a trovare Alceste quando tornava a Reggio da Milano, è passata anche la Cazzaniga.
In quei giorni io parlo con Alceste della storia svizzera. Dico: " Hai visto la fine di Prampolini? ". Lui replica soltanto: " Quell'asino si è fatto beccare. È un vero fesso ".

    Dopo la morte di Alceste, mi sono ricordato di una cosa. Tutte le volte che in famiglia il discorso andava sulla vicenda di Lugano (i quotidiani avevano continuato a scrìverne per un pezzo), mio figlio sembrava desideroso di tagliar corto, rispondeva in modo evasivo e poi passava ad altro. E non c'è soltanto questo. Nei giorni successivi, Alceste dirà un paio di volte a sua madre: " Tanto a me, prima o poi, mi faranno fuori ".
Perchè Alceste si comporta così? Da dove viene il suo timore? Questo è il punto che non sono ancora riuscito a chiarire sino in fondo. Forse ha cominciato a collegare certi fatti: il sequestro  Saronio, la data del pagamento del riscatto, l'arrivo dei due " compagni operai " a Reggio, la casa in cui li ha incontrati, Prampolini arrestato con i soldi a Lugano... Forse ha pure visto quel che non doveva vedere, è stato testimone involontario di un fatto grave. E può darsi che non soltanto abbia capito qualcosa, ma abbia raccontato questo " qualcosa " a chi non doveva raccontarlo.

    A questo punto Alceste è già diventato un testimone pericoloso per l'Organizzazione. Nel frattempo passano altri giorni e accadono altri fatti. Il 7 giugno i giornali raccontano che il giorno prima, a Milano, la polizia ha arrestato uno dei delinquenti comuni che ha partecipato al sequestro di Saronio: e Giustino De Vuono, 35 anni, già arruolato nella Legione straniera, con precedenti penali per rapina e per un doppio tentato omicidio.
Il giorno dopo, domenica 8 giugno, i quotidiani pubblicano il nome e la foto di un altro dei delinquenti comuni coinvolti nel sequestro. Carlo Casirati, di 33 anni, evaso due volte dalle carceri e ancora latitante. Ma sui giornali di quella domenica c'è ben altro: c'è la notizia che Fioroni ha comincialo a confessare. Ecco che cosa scrive il " Corriere della Sera ": " II ‘professorìno ', già compagno di Feltrinelli, ha parlato e ha ammesso di essere stato lui, sia pure per incarico di un misterioso ' capo ' a organizzare ogni cosa. Lo ha fatto per finanziare un gruppo dell'ultrasinistra al quale appartiene, che non è quello delle Brigate rosse, ma uno affine chiamato Autonomia operaia".

    Alceste legge queste cronache, vede le foto di De Vuonoi, di Casirati, di Fioroni e forse capisce altre cose. Ma i suoi giorni, ormai, sano contati. Lunedì 9 giugno va, a Bologna. La sera ci resta  a dormire in una casa di " compagni " in via Marsili. Durante la notte, gli vengono sottratti i documenti e l'agendina telefonica con gli indirizzi di amici politici sparsi in tutta Italia.
Alceste rientra a Reggio martedì 10 giugno. Mentre assiste in piazza Prampolini a un comizio, incontra un amico, Michele Moramarco, e gli confida di voler lasciare Lotta continua e di volersi iscrivere alla federazione giovanile del Pci. Che cosa spinge Alceste verso questa decisione? Forse il fatto di non condividere più le impostazioni politiche e le finalità di quel gruppo di estrema sinistra. È difficile dirlo. Mi sembra più credibile un'altra risposta: forse Alceste si era sentito moralmente a disagio dopo quel che aveva scoperto sul caso Saronio. Questo lo aveva messo in crisi nei confronti del gruppo, tanto da fargli dire a Michele: " Ho riscontrato una totale assenza di valori umani ".
Siamo a giovedì 12 giugno. Alceste torna a Bologna per l'ultimo esame di inglese. Prende trenta e la sera rientra a Reggio, Cena a casa nostra, in piazza Vallisneri, quindi telefona a un amico al quale ha prestato le chiavi dì via Ariosto. Gli risponde il padre e gli dice che le chiavi sono state lasciate sul tavolo della cucina. Le chiavi non saranno mai ritrovate. Alceste fa un'altra telefonata. Certamente chiama un amico con il quale doveva incontrarsi quella sera. Ma nessuno risponde.

    Allora Alceste si dirige verso via Ariosto, nella speranza di trovare qualcuno. Sono le 22.30. La porta dell"alloggio è chiusa, Alceste suona, ma nessuno risponde. Allora posa i libri e il libretto universitario su un muretto dell'androne (verranno ritrovati lì il mattino dopo dai carabinieri) e poi... Dopo questo " poi " comincia il buio. Io ho cercato di vedere in questo buio. Ecco quello che ho visto. Una volta posati i libri. Alceste si allontana da via Ariosto e si dirige verso la casa poco distante di un amico politico che gli aveva fissato un appuntamento per quella sera. L'amico non c'è. Al suo posto, davanti alla casa, mio figlio incontra un altro amico che frequentava Lotta continua, un disoccupato, uno sbandato arrivato a Reggio l'anno prima. È in compagnia di una persona: il killer ingaggiato dall'Organizzazione. Con loro c'è una ragazza, una compagna di Alceste. L'amico gli dice: " Perché non andiamo al ‘Redas' ?". Il " Redas " è una sala da ballo di Montecchio dove Alceste è già stato altre volte con lui e qualcuno del gruppo. È giovedì sera e in Emilia il giovedì sera si balla.
Partono tutti e quattro su un'auto. La ragazza è al volante. L'auto percorre la provinciale per Montecchio, poi, giunta in località Convoglio, a 18 chilometri da Reggio, all'improvviso svolta destra, su un viottolo che porta all'Enza. Sono suonate da poco le 23. È a questo punto che Alceste si accorge di essere finito in una trappola. Tenta di scappare dall'auto, ma chi gli sta seduto alle spalle gli spara il primo colpo, alla nuca. Alceste, forse, da ancora segni di vita. Allora lo prendono per le ascelle, lo trascinano fuori dalla vettura, Io adagiano a schiena in giù, davanti ai fari. Qui il killer gli spara il secondo colpo, al cuore. Il proiettile l'hanno ritrovato sotto il corpo di Alceste; vicino c'era il bossolo, poco distante il primo proiettile sparato al capo. L'altro bossolo è rimasto nell'auto degli assassini. A scoprire il cadavere sarà poi un barbiere di Montecchio durante il ritorno a casa, a notte fonda.

    Molti dicono che questa ricostruzione sta in piedi su un elemento solo: che su quella Volkswagen arrivala a Reggio ci fosse la parte più cospicua del riscatto Saronio, 243 milioni. Ma questa per me è una certezza. Dopo tanti colpi di scena, il processo Saronio si è chiuso nel febbraio 1979 con due vistose lacune. Primo: non ha accertato dove sono finiti i 243 milioni. Secondo: non ha identificato i veri ideatori del sequestro.
Quattro anni di indagini mi hanno portato a una conclusione: gli ideatori del sequestro Saronio sono di Reggio Emilia e i 243 milioni mai ritrovati sono rimasti qui, fra Reggio e Bologna. Al processo, Fioroni ha detto due cose: che quando lui rientrò a Milano nella primavera del 1975 l'idea di rapire Carlo Saronio " era già nell'aria " e che si era pensato al sequestro perché c'era da risolvere " un problema urgente di finanziamento politico ". Per di più, Casirati, uno degli esecutori materiali del sequestro, ha dichiarato in dibattimento che al colpo avevano partecipato "due politici" di cui non ha voluto fare i nomi. Ha aggiunto: alla riunione che si tenne a Milano, vicino a piazza  Aspromonte, la sera del sequestro, " c'erano persone che se venisse resa nota la loro identità, oggi come oggi, quest'aula salterebbe ".
Si tratta, evidentemente, di personaggi al di sopra di ogni sospetto, i veri ideatori dei sequestro di cui sia Fioroni che Casirati hanno taciuto i nomi. I primi due, i " due politici " sono identificabili perchè vivevano a Reggio Emilia, dove frequentavano i ragazzi di Lotta continua, anche se non sono reggiani. I due erano " amici " di Alceste e uno di essi ha partecipato all'omicidio di mio figlio. Chi gli ha sparato, invece, è un delinquente comune, venuto da fuori, legato a uno dei capi dell'Organizzazione.

    Perché uccidere Alceste? Per ragioni di sicurezza. Alceste aveva capito troppo. Non solo: si era reso conto che alcune persone da lui frequentate erano coinvolte nel sequestro Saronio e che il denaro del riscatto serviva a finanziare un'attività clandestina. Mio figlio era un ragazzo leale, onesto, un idealista. Questa sporca storia lo aveva deluso, amareggiato. Ne ha parlato con qualcuno che gli era vicino e costui, forse inconsapevolmente, lo ha tradito, ha lasciato comprendere che Alceste aveva capito tutto. Così hanno deciso di sopprimerlo. Il delitto è stato organizzato in casa di un cittadino insospettabile, che allora abitava a Reggio, la sera dì mercoledì 11 giugno 1975.
Da allora sono passati cinque anni. Il processo Saronio si è chiuso. Sono stati tutti condannati. Ma restano impuniti i veri ideatori del sequestro che hanno intascato la fetta più consistente del riscatto e i due " politici " del gruppo reggiano che collaborarono al rapimento.
L'istruttoria sull'omicidio di Alceste non ha portato ad alcun risultato. Tre magistrati hanno raccolto una montagna di carte inutili. Chi ha dato una mano all'Organizzazione ha degli alibi che sembrano difficili da incrinare, anche se forse non sarà impossibile farlo. E cosi gli assassini sono ancora tra noi.
Un fatto è certo: per intorbidare le acque e rimanere nell'ombra, l'Organizzazione faceva affidamento sulla montatura orchestrata con ogni mezzo dall'estrema sinistra e su una catena di falsi testimoni. L'obiettivo sembrava raggiunto. A Reggio Emilia, l'inchiesta, ormai ferma da due anni, sarebbe stata certamente archiviata come un delitto commesso da ignoti. Ma io ho continuato il mio lavoro di ricerca. Sul cadavere di Alceste avevo fatto una promessa che è diventata la ragione della mia esistenza: la cattura dei criminali che l'avevano assassinato.

    Un primo risultato l'ho ottenuto. Dopo alcune rivelazioni che io ho fatto alla stampa, l'inchiesta è stata tolta ai giudici reggiani e affidata al Tribunale di Ancona. Ha preso questa decisione la Corte di Cassazione. Le speranze di vedere in galera gli assassìni di Alceste oggi sono riposte nelle mani di altri magistrati.
Queste speranze non sono molte, anche se qualcosa è avvenuto dopo la confessione di Fioroni. Purtroppo uno dei testimoni decisivi per la scoperta della verità oggi non c'è più. Si tratta di Paolo Casali. Era un carissimo amico di Alceste, uno studente che non faceva politica. Dopo essersi laureato in Lingue, era andato a fare il servizio militare. Anche lui come Alceste era appassionato di musica e suonava la chitarra. Alla fine del marzo 1978, era andato a Domodossola con altri soldati per un concerto. Mentre suonava è caduto a terra, morto. Aveva 26 anni e hanno detto che era stato ucciso da una trombosi. No, io non penso a niente. Ma tutto è possibile a questo mondo. La causa della morte di Paolo non è certa perché non gli hanno fatto l'autopsia.
Sul quel viottolo di campagna, al posto della lapide voluta da Lotta continua con le accuse ai fascisti, ne ho messa un'altra. Dice: " In questo posto, la notte del 12 giugno 1975, vigilia elettorale, una mano assassina ha barbaramente ucciso a tradimento con due colpi dì pistola alla nuca e al cuore Alceste Campanile, studente universitario di anni 22. I genitori, il fratello, gli amici ricordano la sua giovinezza spezzata, la sua generosità tradita, la sua umanità calpestata in questo mondo dove non vi è traccia di alcuna pietà " ».
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