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1979-02-11 - Alceste Campanile, un compagno di Lotta Continua ucciso il 12 giugno 1975 Stampa E-mail
domenica, 30 gennaio 2005

Alceste Campanile, un compagno di Lotta Continua ucciso il 12 giugno 1975, attorno un muro di omertà


Da chi e per che cosa?

    Ancora una volta ripetiamo, con parole che sembrano sempre più aride, i "fatti" che hanno, portato la morte ad Alceste. Li si racconta, cercando di aggiungere quello che si è riusciti a « sapere », per dirli a chi non ha conosciuto Alceste e per ricordarli a chi sembra averlo dimenticato. Li si ripete anche per spezzare il silenzio e il potere di chi sa nei confronti di chi vuol sapere, di chi ancora oggi non si rende conto del perché, perché Alceste, Alceste che tutti quelli che lo hanno avuto come amico ricordano in un solo modo. «La sua dolcezza, che risaltava ancor più quando cercava di essere duro. La sua capacità di far spettacolo, cioè di coinvolgere tutti, non solo per la sua abilità nel suonare la chitarra e per la sua bellissima voce, ma per ìl calore umano che riusciva a comunicare... ».
Sono questi i ricordi che permangono in tutti coloro che gli erano vicini fino alla sua morte, nel '75. Le persone che di lui oggi parlano hanno scelto cento strade diverse, non li lega più una organizzazione o un'ideologia. Eppure in questi ultimi mesi, più volte, si sono ritrovate assieme, a chiedersi ancora il perché, anche se i due colpi di pistola che l'hanno « giustiziato » - come si farebbe solo (e nemmeno) col peggiore dei nemici - anche sé quei due colpi di pistola parlano di più di qualsiasi spiegazione. Queste persone non urlano la loro sete di giustizia ma non hanno mai voluto essere né vogliono essere complici di nessuno, come invece altri hanno scelto di essere.

    Chi scrive ha partecipato a questi incontri, è convinto che, in questo caso, non esista Giustizia, nel senso più profondo della parola, né tantomeno una « giustizia proletaria », a cui appellarsi. Ma è altra cosa quella di non essere, né direttamente né indirettamente, complici di un assassinio. Per questo, per non essere complici incoscienti o involontari, giorno dopo giorno ci siamo interrogati su Alceste e su di noi e tanto più grande era la convinzione della mancanza di qualsiasi motivo « logico» del suo assassinio, tanto più s'insinuava il sospetto di un'« altra » logica. L'angoscia ci ha accompagnato passo dopo passo, con sempre più prepotenza. Alceste non era « clandestino », gli piaceva, stare all'aria aperta, parlare tutti i «dialetti», eppure Alceste è stato vittima, così sembra, della logica di una scelta fatta da altri, che si sono forse sentiti minacciati da uno che voleva vivere all'aria aperta. Non c'è solo l'angoscia di chi non riesce a trovare una risposta, c'è anche paura di doversi confrontare personalmente con questa logica estranea, oscura, clandestina, anonima, assassina. A quasi quattro anni dalla morte di Alceste, la paura sembra essere l'ultimo ostacolo alla verità.
    Noi non ci stiamo. Dal processo Saronio abbiamo aspettato - forse ingenuamente - almeno scampoli di verità. Abbiamo aspettato la fine di questo processo ed ora rendiamo pubblico ciò che di certo sino ad oggi conosciamo. Tante voci mai smentite, forme di intimidazione, un amaro dubbio, non ancora « suffragato da prove »: quello che Alceste sia stato assassinato in nome del comunismo. Noi lo vogliamo dire chiaramente: facciamo di tutto perché prima possibile si arrivi alla verità, a conoscere chi ha assassinato Alceste. Non perché così "giustizia sarà fatta" , ma perché non siamo stati né vogliamo diventare, di fronte a noi stessi e agli altri, complici.
Si rendono pubblici i nomi dei fascisti assassini e dei mafiosi. Deve essere così anche per chiunque abbia "giustiziato" Alceste.

    Nell'articolo accanto più volte è chiamato in causa Vittorio Campanile, il padre. Non abbiamo specìfici interessi nei suoi confronti, né sensi di colpa. A lui, al contrario degli amici di Alceste, non ci sentiamo vicini, per l'aspetto strumentale delIe sue uscite. Parliamo dì lui perché è parte amara di questa amara vicenda.
La redazione dì questo giornale si assume in pieno la responsabilità dell'articolo che pubblichiamo qui accanto e vorrebbe trovare un modo semplice di esprimere il suo affetto e la sua solidarietà agli amici di Alceste, per tutto ciò che dalla sua morte in poi hanno dovuto provare, sentire, subire e capire. Vuole esprìmere il suo affetto e la sua solidarietà anche alla madre e al fratello di Alceste,  che hanno avuto fiducia negli amici del figlio ucciso.
Soìo gli amici di Alceste sanno veramente quanto differente è morire per mano dei fascisti e morire per mano di compagni. Lo sanno perché Alceste era un loro amico.

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« Di fronte a qualunque verità diversa... »

«A noi, non meno che a chiunque altro, sta a cuore di arrivare a sapere tutta la verità sull'assassinio di Alceste. E quando la verità si rivelasse diversa da quello che noi fermamente crediamo, di fronte a qualunque verità diversa, noi resteremo i primi a volerla conoscere e a volere giustìzia ».
Queste affermazioni erano comparse su Lotta Continua del 14 settembre 1975, tre mesi dopo l'assassinio del nostro compagno Alceste Campanile, avvenuto il 12 giugno 1575 vicino a Reggio Emilia. Facevano parte di un corsivo che rappresentava «la nostra risposta » (questo era il tìtolo) alle « irresponsabili dichiarazioni del padre », dopo che Vittorio Campanile, nel corso dì una conferenza stampa, aveva ancora una volta (non era la prima, infatti), ma questa volta in modo più esplicito, chiamato in causa Lotta Continua rispetto a responsabilità dirette nell'assassinio di Alceste.
Annunciammo allora una denuncia-querela nei confronti di Vittorio Campanile, a cui altre poi sono succedute per il ripetersi di situazioni analoghe, nel marzo 1976 e nel giugno 1977. Un processo, per questo, è attualmente in corso di fronte al Tribunale di Roma. Un' altra denuncia-querela nei suoi confronti abbiamo annunciato su Lotta Continua del 13 gennaio 1979, a seguito dell'incredibile comunicato da lui emesso collateralmente al processo di Milano per il sequestro e l'omicìdio di Carlo Saronio, conclusosi nei giorni scorsi. In occasione della precedente comparsa di Vittorio Campanie in quel processo, avevamo scritto su Lotta Contìnua del 5 gennaio 1979, in prima pagina: « Per quanto ci riguarda, dopo la morte di Alceste, abbiamo preso l'impegno, insieme con i suoi amici, di scoprire i suoi assassini. Nella nostra inchiesta non abbiamo mai raccolto prove certe sugli esecutori e i mandanti: se così fosse stato, queste sarebbero state rese pubbliche. Se oggi Vittorio Campanile è in grado, a differenza delle altre volte, di dare elementi utili per il riconoscimento degli assassini di Alceste, ben venga il suo contributo alla verità». Ma pochi giorni dopo il suo contributo era stato, ancora una volta, un comunicato che denunciammo come « pieno di falsità », in cui veniva nuovamente chiamata in causa Lotta Continua. Anche per questo consideriamo ormai definitivamente chiuso ogni rapporto con lui su questo terreno.

La posizione di Lotta Continua dal 1975 ad oggi

Questa volta, però, il suo comportamento risultava ancora più immotivato del solito, perché, appunto questa volta egli si era presentato al processo di Milano non per rinnovare le accuse infamanti nei confronti dei compagni di Lotta Contìnua di Reggio Emilia, cioè degli amici più strettamente legati ad Alceste nella militanza politica e anche nella vita quotidiana, ma per affermare che Alceste era stato assassinato in quanto era stato a conoscenza dei retroscena, dei mandanti, degli esecutori dei sequestro Saronio. E questa sua convinzione era stata riportata con evidenza nella prima pagina di Lotta Continua, pur sottolineando la circostanza che «non sappiamo in base a quali fatti oggi possa affermare questa tesi, perché nella sua denuncia non sono esposte le ragioni di questa supposizione ».
Perché questa lunga, e apparentemente pedante, ricostruzione, basata esclusivamente su articoli comparsi dal 1975 ad oggi sul nostro giornale (e le citazioni avrebbero potuto moltipllcarsi, in quanto innumerevoli volte abbiamo ripetuto queste posizioni )? In primo luogo perché — nonostante tante cose siano cambiate in questi anni il nostro atteggiamento nei confronti delle indagini, nostre e altrui, sull'assassinio di Alceste. ritrova una profonda, continua e radicale coerenza, che riteniamo giusto sottolineare e ribadire con la massima forza, con la più motivata convinzione (che è stata, ed è, morale non meno che polìtica). In secondo luogo, di conseguenza, per eliminare drasticamente ogni sospetto sul fatto che la tragica vicenda di Alceste possa essere strumentalmente « piegata » alle esigenze del dibattito attuale, anche se ovviamente non le è affatto estranea, sia per ragioni soggettive che aggettive.
Ma in quest'ultimo periodo si sono moltiplicate le richieste anche insistenti e pubbliche (sulle pagine del nostro giornale, ma non solo) di parlare con la massima chiarezza su tutto ciò, di dire senza alcuna remora strumentale i dati di fatto che sono stati acquisiti, le convinzioni che ci siamo formate. Non è facile farlo, perché se di «dati di fatto» si trattasse, non avremmo esitato un minuto di più a renderli pubblici; e per, quanto riguarda le «convinzioni», hanno un grande valore per noi, ma non possiamo pretendere di attribuire loro il valore di una prova certa. D'altra parte, se in quest'ultimo periodo abbiamo atteso a parlarne pubblicamente, ciò è stato dovuto unicamente alla volontà di verificare se e quali fatti nuovi potessero eventualmente emergere dal processo di Milano per il sequestro Saronio, che abbiamo seguito con la massima attenzione anche e particolarmente da questo punto di vista.

Le tappe di questa tragica vicenda

Cerchiamo di ricapitolare schematicamente le tappe di questa tragica vicenda: per noi stessi, ma anche per coloro che non ne fossero adeguatamente informati.
Alceste Campanile, compagno di Lotta Continua responsabile del Circolo « Ottobre », è stato assassinato a 22 anni il 12 giugno 1975, attorno alle ore 23, in località Convoglio, sulla strada che collega Montecchio a Sant'Ilario nei dintorni di Reggio Emilia. Si era alla vigilia delle elezioni del 15 giugno: più che «assassinato», la meccanica presumibile dell'uccisione ci fece subito dire che era stato « giustiziato » (un colpo alla nuca e uno al cuore, senza alcun segno visibile di colluttazione). In aprile erano stati uccisi Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Tonino Micciché, Rodolfo Boschi; in maggio Gennaro Costantino. La mano dei fascisti si era alternata a quella dei carabinieri, della polizia o di una guardia giurata. Il 17 giugno viene trovato a Parma, in seguito ad una telefonata, un volantino dell'organizzazione fascista « Legione Europa » in cui si rivendica l'assassinio di Alceste. Il 18 giugno viene fermato il fascista Donatello Ballabeni: è un nome ben conosciuto perché era stato lui a comperare i coltelli con cui il 25 agosto 1972 era stato assassinato dai fascisti a Parma Mario Lupo. Incriminato dapprima per apologia di reato e simili, due anni dopo il fascista sarebbe stato arrestato  anche con l'accusa dell'omicidio di Alceste, questa accusa sarebbe nuovamente caduta, e sarebbe rimasta solo la primitiva imputazione di apologia di reato.

Vittorio Campanile, i carabinieri e i giornali di destra

Per parte loro però, i carabinieri di Reggio Emilia, nei giorni immediatamente successivi all'assassinio, svolgono le indagini esclusivamente nei confronti dei compagni di Alceste, e questo « indirizzo »  permane anche dopo il volantino fascista di «Legione Europa » a Parma.
Il "Candido" datato 26 giugno 1975 esce con un articolo intitolato  «Giustizia  proletaria », in cui riportano le dichiarazioni di « un maresciallo del nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Emilia», il quale afferma: « E' mia convinzione, e non soltanto mia, che questo allucinante delitto sia stato messo in atto dalle Brigate Rosse,  o da qualche gruppuscolo ad esse affiliato».
Pochi giorni dopo esce  il "Settimanale" datato 1 ottobre 1975, con un articolo intitolato "L'hanno ucciso i fascisti rossi" (preceduto da uno del tutto analogo di "Gente") in cui si riportano le dichiarazioni del padre Vittorio Campanile (che nel frattempo aveva affisso un proprio manifesto a Reggio Emilia, e aveva fatto le dichiarazioni per le quali Lotta Continua lo aveva querelato per la prima volta), il quale afferma che i colpevoli « vanno ricercati fra i suoi amici più recenti, soprattutto quelli che aveva conosciuto negli ultimi 18 mesi militando in Lotta Contìnua ».

Alceste e il « sequestro Saronio »

Da qui in avanti, potremmo continuare a lungo, citando gli articoli che di tanto in tanto compaiono sui giornali dì destra, con le ripetute dichiarazioni di Vittorio Campanile contro Lotta Continua, e nostre corrispettive querele. Nel maggio 1977, come abbiamo ricordato, viene arrestato il fascista Donatello Ballabeni con l'accusa di omicidio volontario, che poi però viene lasciata cadere. Nel frattempo Vittorio Campanile viene denunciato per aver falsificato la firma proprio di suo figlio Alceste, dopo la sua morte in un affare legato alla vendita di un appartamento.
Va segnalato, comunque, il suo lunghissimo «memoriale» pubblicato ancora una volta su "II Settimanale", datato 13 giugno 1977, nel quale vengono rilanciate per esteso le accuse contro i compagni (indicati per nome e cognome) dì Lotta Continua di Reggio Emilia, vengono chiamati in causa anche alcuni esponenti del PCI della città, ma poi per la prima volta viene affermato che Alceste «è stato ucciso perché era venuto a conoscere gli autori del sequestro Saronio».
Fin qui la vicenda - tremenda e amarissima, specialmente per i compagni di Lotta Continua di Reggio Emilia, oltre che per tutti gli altri compagni che l'hanno vissuta direttamente o indirettamente - seguita attraverso te pagine dei giornali e i risvolti giudiziari.

Una vera e propria «esecuzione a freddo »

Per quanto riguarda il lavoro di indagine svolto da Lotta Continua - parallelamente all'impegno sul piano giudiziario - va detto che, fin dal giorno successivo all'assassinio di Alceste, è stato fatto il massimo sforzo, a livello locale e nazionale, per arrivare ad individuare autori e mandanti. Che si fosse trattato di uno spietato assassinio fascista (tanto più che nel febbraio 1975 era uscito un volantino del «Fronte della Gioventù» personalmente contro di lui) era la convinzione assolutamente prevalente in tutti i compagni. Che ci potesse essere un'altra «matrice», era,  specialmente nei primi mesi, una ipotesi per noi assai astratta e lontana: eppure non per questo - tanto più dopo le dichiarazioni inaccettabili dì Vittorio Campanile contro gli stessi compagni di Lotta Contìnua di Reggio Emilia, e la vera « persecuzione » nei loro confronti da parte dei carabinieri - avevamo scartato alcun indizio, alcuna « pista » in direzione diversa.
Tutto ciò, però, sensa esito alcuno, se si prescinde dalla « stranezza » della meccanica dell'uccisione, che faceva appunto pensare ad una vera e propria « esecuzione a freddo ». Perché non c'erano segni di colluttazione? Perché Alceste si era lasciato accompagnare tranquillamente (almeno all'apparenza) nel luogo in cui poi sarebbe stato ucciso? Forse « conosceva » qualcuno di cui «si fidava», al dì fuori della cerchia cei compagni di Lotta Continua, e poi da questo «qualcuno» era stato « giustiziato »? Ma perché?
Domande rimaste per noi - e per i compagni dì Lotta Continua di Reggio Emilia, in particolare -sempre senza precisa risposta (sembrava quasi assurdo e « provocatorio  soltanto il fatto di sollevarle), anche perché mai nulla è emerso che potesse in alcun modo incrinare o oscurare la figura di Alceste, quale l'hanno conosciuto, stimato e amato i compagni di Lotta Continua che avevano rapporti con lui, nonostante che noi stessi, perfino impietosamente, si sia scavato in ogni piega, si sia analizzato ogni aspetto della sua vita. Ad un certo punto, però, al di fuori di noi e contro dì noi, qualche « maglia » dell'omertà ha cominciato a rompersi, o quanto meno a sfilacciarsi.

Una matrice « di sinistra »?

Infatti, a partire dalla fine del 1976 e poi specialmente nel corso del 1977, all'interno dell'« area dell'autonomia » (intesa nel senso più ampio e generico) sono cominciate a « filtrare » voci che attribuivano a una matrice «di sinistra » l'assassinio di Alceste. Peggio: al farsi più insistente di queste « voci » (senza precisa indicazione di dati di fatto, dunque), si aggiungeva in qualche caso una sorta di implicita « rivendicazione » del suo assassinio, fino al punto di minacciare qualche compagno « di stare attento a non fare la fine di Alceste Campanile ».
Queste «voci», queste velate (ma non troppo) intimidazioni sono giunte fino a noi: e ne siamo rimasti sconvolti e inorriditi. Dunque: mentre un volantino fascista di « Legione Europa » aveva tranquillamente rivendicato l'assassinio di Alceste (e il volantino era autentico: l'aveva scritto quel Ballabeni, che però si protestava estraneo all'uccisione), c'era invece chi conosceva un'altra «verità» sulla matrice del suo assassinio, e la taceva, oppure - col passare dei tempo, a distanza di uno-due anni - cominciava addirittura a farne un uso intimidatorio nei confronti di altri compagni.
Ma che fondamento poteva avere tutto questo? Che peso si poteva e si doveva dare a queste « voci », a queste « intimidazioni » allucinanti? E in ogni caso, perché avrebbe comunque dovuto essere ucciso Alceste Campanile «da sinistra »? Di quale « colpa » mostruosa (tale da meritare la condanna a morte con esecuzione immediata) si sarebbe mai macchiato rispetto al «comunismo », rispetto alla « rivoluzione »? E chi sarebbero stati, concretamente, i suoi assassini e i loro mandanti?

Quale « verità »?

Nessuna risposta precisa riuscivamo a dare a queste domande. Genericamente c'era chi diceva che la « matrice » andava individuata in qualcuno dei « gruppi armati » che cominciavano a formarsi nella clandestinità nel periodo 1974-75, lo stesso perìodo in cui altri fatti « mostruosi » cominciavano a verificarsi, quali il sequestro (conclusosi con l'uccisione) di un ex militante di Potere Operaio, come Carlo Saronio, organizzato da suoi ex compagni e fatto eseguire da uomini della malavita organizzata. Ma che rapporto poteva avere Alceste Campanile con fatti e gruppi di questo genere? O meglio, di quale infame provocazione assassina è stato fatto oggetto ad opera di gruppi di questo genere?
Noi non lo sappiamo con certezza, anche se abbiamo fatto mille ipotesi e vagliato tutti gli indizi disponibili. Sappiamo però che nessuno ha smentito queste « voci », nessuno ha ritrattato quelle
« intimidazioni ». E sappiamo anche che tutto ciò è « circolato » ampiamente anche all'interno di molte carceri italiane, quasi come un fatto « scontato ». Addirittura c'è chi si è meravigliato che Lotta Continua sia riuscita così tardi a sapere la « verità », oppure c'è forse chi se ne è fin troppo preoccupato. Ma quale « verità »?
Abbiamo avuto un nostro compagno assassinato: non era il primo, non è stato l'ultimo. I nostri, i suoi compagni più cari sono stati accusati da suo padre di essere addirittura loro gli assassini. Abbiamo fatto, con i compagni di Reggio Emilia e a livello nazionale, tutto il possìbile per non limitarci a respingere le infami e squallide accuse di suo padre contro di noi, ma per arrivare a scoprire la verità, qualunque essa fosse. Abbiamo intenzione di continuare, fino in fondo. Lo dobbiamo alla memoria di Alceste, lo dobbiamo a noi stessi e a tutti i compagni che non sono
disposti a rassegnarsi, e men che meno a « giustificare » questo assassìnio, anche se fosse stato commesso da altri «compagni»: dovesse pur costarci altre minacce, altri attacchi, altre intimidazioni.
Ma chi ha qualcosa da dire, parli. L'omertà è uno stile mafioso: il comunismo non ha niente a che vedere con la mafia.

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La responsabilità di questa pagina viene assunta collettivamente dalia redazione di «Lotta Continua »

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E il padre afferma

Ieri pomeriggio, Vittorio Campanile, intervistato da Repubblica sul contenuto del nostro articolo ha detto: «Era ora che LC si decidesse a cambiare posizione. Fanno bene a scrivere queste cose, ma credo che sappiano molto di più. Qui si tratta di suicidare qualcuno che sa e non vuole parlare, qualcuno che ha partecipato all'assassinio di mio figlio. Lotta Continua, dovrebbe "avere il coraggio di tirare fuori certi nomi. L'assassìnio di Alceste non è un assassinio politico, è una vicenda di criminalità legata al sequestro Saronio, i soldi pagati per quel sequestro sono arrivati qui a Reggio Emilia e mio figlio li ha visti. Finche campo mi batterò per mandare in galera gli assassini di Alceste. Ha ragione Lotta Continua, quando scrive che sono stati gli autonomi, perché è in quell'ambiente che è maturato l'assassìnio».
Queste affermazioni di Vittorio Campanile, fanno parte di un suo comportamento cui - da subito dopo l'assassinio di Alceste - siamo abituati. Non servono quindi altri commenti.


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