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Alceste Campanile, un compagno di Lotta Continua ucciso il 12 giugno 1975, attorno un muro di omertà
Da chi e per che cosa?
Ancora una volta ripetiamo, con parole che sembrano
sempre più aride, i "fatti" che hanno, portato la morte ad Alceste. Li
si racconta, cercando di aggiungere quello che si è riusciti a « sapere
», per dirli a chi non ha conosciuto Alceste e per ricordarli a chi
sembra averlo dimenticato. Li si ripete anche per spezzare il silenzio
e il potere di chi sa nei confronti di chi vuol sapere, di chi ancora
oggi non si rende conto del perché, perché Alceste, Alceste che tutti
quelli che lo hanno avuto come amico ricordano in un solo modo. «La sua
dolcezza, che risaltava ancor più quando cercava di essere duro. La sua
capacità di far spettacolo, cioè di coinvolgere tutti, non solo per la
sua abilità nel suonare la chitarra e per la sua bellissima voce, ma
per ìl calore umano che riusciva a comunicare... ».
Sono questi i ricordi che permangono in tutti coloro che gli erano
vicini fino alla sua morte, nel '75. Le persone che di lui oggi parlano
hanno scelto cento strade diverse, non li lega più una organizzazione o
un'ideologia. Eppure in questi ultimi mesi, più volte, si sono
ritrovate assieme, a chiedersi ancora il perché, anche se i due colpi
di pistola che l'hanno « giustiziato » - come si farebbe solo (e
nemmeno) col peggiore dei nemici - anche sé quei due colpi di pistola
parlano di più di qualsiasi spiegazione. Queste persone non urlano la
loro sete di giustizia ma non hanno mai voluto essere né vogliono
essere complici di nessuno, come invece altri hanno scelto di essere.
Chi scrive ha partecipato a questi incontri, è
convinto che, in questo caso, non esista Giustizia, nel senso più
profondo della parola, né tantomeno una « giustizia proletaria », a cui
appellarsi. Ma è altra cosa quella di non essere, né direttamente né
indirettamente, complici di un assassinio. Per questo, per non essere
complici incoscienti o involontari, giorno dopo giorno ci siamo
interrogati su Alceste e su di noi e tanto più grande era la
convinzione della mancanza di qualsiasi motivo « logico» del suo
assassinio, tanto più s'insinuava il sospetto di un'« altra » logica.
L'angoscia ci ha accompagnato passo dopo passo, con sempre più
prepotenza. Alceste non era « clandestino », gli piaceva, stare
all'aria aperta, parlare tutti i «dialetti», eppure Alceste è stato
vittima, così sembra, della logica di una scelta fatta da altri, che si
sono forse sentiti minacciati da uno che voleva vivere all'aria aperta.
Non c'è solo l'angoscia di chi non riesce a trovare una risposta, c'è
anche paura di doversi confrontare personalmente con questa logica
estranea, oscura, clandestina, anonima, assassina. A quasi quattro anni
dalla morte di Alceste, la paura sembra essere l'ultimo ostacolo alla
verità.
Noi non ci stiamo. Dal processo Saronio abbiamo
aspettato - forse ingenuamente - almeno scampoli di verità. Abbiamo
aspettato la fine di questo processo ed ora rendiamo pubblico ciò che
di certo sino ad oggi conosciamo. Tante voci mai smentite, forme di
intimidazione, un amaro dubbio, non ancora « suffragato da prove »:
quello che Alceste sia stato assassinato in nome del comunismo. Noi lo
vogliamo dire chiaramente: facciamo di tutto perché prima possibile si
arrivi alla verità, a conoscere chi ha assassinato Alceste. Non perché
così "giustizia sarà fatta" , ma perché non siamo stati né vogliamo
diventare, di fronte a noi stessi e agli altri, complici.
Si rendono pubblici i nomi dei fascisti assassini e dei mafiosi. Deve
essere così anche per chiunque abbia "giustiziato" Alceste.
Nell'articolo accanto più volte è chiamato in causa
Vittorio Campanile, il padre. Non abbiamo specìfici interessi nei suoi
confronti, né sensi di colpa. A lui, al contrario degli amici di
Alceste, non ci sentiamo vicini, per l'aspetto strumentale delIe sue
uscite. Parliamo dì lui perché è parte amara di questa amara vicenda.
La redazione dì questo giornale si assume in pieno la responsabilità
dell'articolo che pubblichiamo qui accanto e vorrebbe trovare un modo
semplice di esprimere il suo affetto e la sua solidarietà agli amici di
Alceste, per tutto ciò che dalla sua morte in poi hanno dovuto provare,
sentire, subire e capire. Vuole esprìmere il suo affetto e la sua
solidarietà anche alla madre e al fratello di Alceste, che hanno
avuto fiducia negli amici del figlio ucciso.
Soìo gli amici di Alceste sanno veramente quanto differente è morire
per mano dei fascisti e morire per mano di compagni. Lo sanno perché
Alceste era un loro amico.
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« Di fronte a qualunque verità diversa... »
«A noi, non meno che a chiunque altro, sta a cuore di arrivare a sapere
tutta la verità sull'assassinio di Alceste. E quando la verità si
rivelasse diversa da quello che noi fermamente crediamo, di fronte a
qualunque verità diversa, noi resteremo i primi a volerla conoscere e a
volere giustìzia ».
Queste affermazioni erano comparse su Lotta Continua del 14 settembre
1975, tre mesi dopo l'assassinio del nostro compagno Alceste Campanile,
avvenuto il 12 giugno 1575 vicino a Reggio Emilia. Facevano parte di un
corsivo che rappresentava «la nostra risposta » (questo era il tìtolo)
alle « irresponsabili dichiarazioni del padre », dopo che Vittorio
Campanile, nel corso dì una conferenza stampa, aveva ancora una volta
(non era la prima, infatti), ma questa volta in modo più esplicito,
chiamato in causa Lotta Continua rispetto a responsabilità dirette
nell'assassinio di Alceste.
Annunciammo allora una denuncia-querela nei confronti di Vittorio
Campanile, a cui altre poi sono succedute per il ripetersi di
situazioni analoghe, nel marzo 1976 e nel giugno 1977. Un processo, per
questo, è attualmente in corso di fronte al Tribunale di Roma. Un'
altra denuncia-querela nei suoi confronti abbiamo annunciato su Lotta
Continua del 13 gennaio 1979, a seguito dell'incredibile comunicato da
lui emesso collateralmente al processo di Milano per il sequestro e
l'omicìdio di Carlo Saronio, conclusosi nei giorni scorsi. In occasione
della precedente comparsa di Vittorio Campanie in quel processo,
avevamo scritto su Lotta Contìnua del 5 gennaio 1979, in prima pagina:
« Per quanto ci riguarda, dopo la morte di Alceste, abbiamo preso
l'impegno, insieme con i suoi amici, di scoprire i suoi assassini.
Nella nostra inchiesta non abbiamo mai raccolto prove certe sugli
esecutori e i mandanti: se così fosse stato, queste sarebbero state
rese pubbliche. Se oggi Vittorio Campanile è in grado, a differenza
delle altre volte, di dare elementi utili per il riconoscimento degli
assassini di Alceste, ben venga il suo contributo alla verità». Ma
pochi giorni dopo il suo contributo era stato, ancora una volta, un
comunicato che denunciammo come « pieno di falsità », in cui veniva
nuovamente chiamata in causa Lotta Continua. Anche per questo
consideriamo ormai definitivamente chiuso ogni rapporto con lui su
questo terreno.
La posizione di Lotta Continua dal 1975 ad oggi
Questa volta, però, il suo comportamento risultava ancora più
immotivato del solito, perché, appunto questa volta egli si era
presentato al processo di Milano non per rinnovare le accuse infamanti
nei confronti dei compagni di Lotta Contìnua di Reggio Emilia, cioè
degli amici più strettamente legati ad Alceste nella militanza politica
e anche nella vita quotidiana, ma per affermare che Alceste era stato
assassinato in quanto era stato a conoscenza dei retroscena, dei
mandanti, degli esecutori dei sequestro Saronio. E questa sua
convinzione era stata riportata con evidenza nella prima pagina di
Lotta Continua, pur sottolineando la circostanza che «non sappiamo in
base a quali fatti oggi possa affermare questa tesi, perché nella sua
denuncia non sono esposte le ragioni di questa supposizione ».
Perché questa lunga, e apparentemente pedante, ricostruzione, basata
esclusivamente su articoli comparsi dal 1975 ad oggi sul nostro
giornale (e le citazioni avrebbero potuto moltipllcarsi, in quanto
innumerevoli volte abbiamo ripetuto queste posizioni )? In primo luogo
perché — nonostante tante cose siano cambiate in questi anni il nostro
atteggiamento nei confronti delle indagini, nostre e altrui,
sull'assassinio di Alceste. ritrova una profonda, continua e radicale
coerenza, che riteniamo giusto sottolineare e ribadire con la massima
forza, con la più motivata convinzione (che è stata, ed è, morale non
meno che polìtica). In secondo luogo, di conseguenza, per eliminare
drasticamente ogni sospetto sul fatto che la tragica vicenda di Alceste
possa essere strumentalmente « piegata » alle esigenze del dibattito
attuale, anche se ovviamente non le è affatto estranea, sia per ragioni
soggettive che aggettive.
Ma in quest'ultimo periodo si sono moltiplicate le richieste anche
insistenti e pubbliche (sulle pagine del nostro giornale, ma non solo)
di parlare con la massima chiarezza su tutto ciò, di dire senza alcuna
remora strumentale i dati di fatto che sono stati acquisiti, le
convinzioni che ci siamo formate. Non è facile farlo, perché se di
«dati di fatto» si trattasse, non avremmo esitato un minuto di più a
renderli pubblici; e per, quanto riguarda le «convinzioni», hanno un
grande valore per noi, ma non possiamo pretendere di attribuire loro il
valore di una prova certa. D'altra parte, se in quest'ultimo periodo
abbiamo atteso a parlarne pubblicamente, ciò è stato dovuto unicamente
alla volontà di verificare se e quali fatti nuovi potessero
eventualmente emergere dal processo di Milano per il sequestro Saronio,
che abbiamo seguito con la massima attenzione anche e particolarmente
da questo punto di vista.
Le tappe di questa tragica vicenda
Cerchiamo di ricapitolare schematicamente le tappe di questa tragica
vicenda: per noi stessi, ma anche per coloro che non ne fossero
adeguatamente informati.
Alceste Campanile, compagno di Lotta Continua responsabile del Circolo
« Ottobre », è stato assassinato a 22 anni il 12 giugno 1975, attorno
alle ore 23, in località Convoglio, sulla strada che collega Montecchio
a Sant'Ilario nei dintorni di Reggio Emilia. Si era alla vigilia delle
elezioni del 15 giugno: più che «assassinato», la meccanica presumibile
dell'uccisione ci fece subito dire che era stato « giustiziato » (un
colpo alla nuca e uno al cuore, senza alcun segno visibile di
colluttazione). In aprile erano stati uccisi Claudio Varalli, Giannino
Zibecchi, Tonino Micciché, Rodolfo Boschi; in maggio Gennaro
Costantino. La mano dei fascisti si era alternata a quella dei
carabinieri, della polizia o di una guardia giurata. Il 17 giugno viene
trovato a Parma, in seguito ad una telefonata, un volantino
dell'organizzazione fascista « Legione Europa » in cui si rivendica
l'assassinio di Alceste. Il 18 giugno viene fermato il fascista
Donatello Ballabeni: è un nome ben conosciuto perché era stato lui a
comperare i coltelli con cui il 25 agosto 1972 era stato assassinato
dai fascisti a Parma Mario Lupo. Incriminato dapprima per apologia di
reato e simili, due anni dopo il fascista sarebbe stato arrestato
anche con l'accusa dell'omicidio di Alceste, questa accusa sarebbe
nuovamente caduta, e sarebbe rimasta solo la primitiva imputazione di
apologia di reato.
Vittorio Campanile, i carabinieri e i giornali di destra
Per parte loro però, i carabinieri di Reggio Emilia, nei giorni
immediatamente successivi all'assassinio, svolgono le indagini
esclusivamente nei confronti dei compagni di Alceste, e questo «
indirizzo » permane anche dopo il volantino fascista di «Legione
Europa » a Parma.
Il "Candido" datato 26 giugno 1975 esce con un articolo
intitolato «Giustizia proletaria », in cui riportano le
dichiarazioni di « un maresciallo del nucleo investigativo dei
carabinieri di Reggio Emilia», il quale afferma: « E' mia convinzione,
e non soltanto mia, che questo allucinante delitto sia stato messo in
atto dalle Brigate Rosse, o da qualche gruppuscolo ad esse
affiliato».
Pochi giorni dopo esce il "Settimanale" datato 1 ottobre 1975,
con un articolo intitolato "L'hanno ucciso i fascisti rossi" (preceduto
da uno del tutto analogo di "Gente") in cui si riportano le
dichiarazioni del padre Vittorio Campanile (che nel frattempo aveva
affisso un proprio manifesto a Reggio Emilia, e aveva fatto le
dichiarazioni per le quali Lotta Continua lo aveva querelato per la
prima volta), il quale afferma che i colpevoli « vanno ricercati fra i
suoi amici più recenti, soprattutto quelli che aveva conosciuto negli
ultimi 18 mesi militando in Lotta Contìnua ».
Alceste e il « sequestro Saronio »
Da qui in avanti, potremmo continuare a lungo, citando gli articoli che
di tanto in tanto compaiono sui giornali dì destra, con le ripetute
dichiarazioni di Vittorio Campanile contro Lotta Continua, e nostre
corrispettive querele. Nel maggio 1977, come abbiamo ricordato, viene
arrestato il fascista Donatello Ballabeni con l'accusa di omicidio
volontario, che poi però viene lasciata cadere. Nel frattempo Vittorio
Campanile viene denunciato per aver falsificato la firma proprio di suo
figlio Alceste, dopo la sua morte in un affare legato alla vendita di
un appartamento.
Va segnalato, comunque, il suo lunghissimo «memoriale» pubblicato
ancora una volta su "II Settimanale", datato 13 giugno 1977, nel quale
vengono rilanciate per esteso le accuse contro i compagni (indicati per
nome e cognome) dì Lotta Continua di Reggio Emilia, vengono chiamati in
causa anche alcuni esponenti del PCI della città, ma poi per la prima
volta viene affermato che Alceste «è stato ucciso perché era venuto a
conoscere gli autori del sequestro Saronio».
Fin qui la vicenda - tremenda e amarissima, specialmente per i compagni
di Lotta Continua di Reggio Emilia, oltre che per tutti gli altri
compagni che l'hanno vissuta direttamente o indirettamente - seguita
attraverso te pagine dei giornali e i risvolti giudiziari.
Una vera e propria «esecuzione a freddo »
Per quanto riguarda il lavoro di indagine svolto da Lotta Continua -
parallelamente all'impegno sul piano giudiziario - va detto che, fin
dal giorno successivo all'assassinio di Alceste, è stato fatto il
massimo sforzo, a livello locale e nazionale, per arrivare ad
individuare autori e mandanti. Che si fosse trattato di uno spietato
assassinio fascista (tanto più che nel febbraio 1975 era uscito un
volantino del «Fronte della Gioventù» personalmente contro di lui) era
la convinzione assolutamente prevalente in tutti i compagni. Che ci
potesse essere un'altra «matrice», era, specialmente nei primi
mesi, una ipotesi per noi assai astratta e lontana: eppure non per
questo - tanto più dopo le dichiarazioni inaccettabili dì Vittorio
Campanile contro gli stessi compagni di Lotta Contìnua di Reggio
Emilia, e la vera « persecuzione » nei loro confronti da parte dei
carabinieri - avevamo scartato alcun indizio, alcuna « pista » in
direzione diversa.
Tutto ciò, però, sensa esito alcuno, se si prescinde dalla « stranezza
» della meccanica dell'uccisione, che faceva appunto pensare ad una
vera e propria « esecuzione a freddo ». Perché non c'erano segni di
colluttazione? Perché Alceste si era lasciato accompagnare
tranquillamente (almeno all'apparenza) nel luogo in cui poi sarebbe
stato ucciso? Forse « conosceva » qualcuno di cui «si fidava», al dì
fuori della cerchia cei compagni di Lotta Continua, e poi da questo
«qualcuno» era stato « giustiziato »? Ma perché?
Domande rimaste per noi - e per i compagni dì Lotta Continua di Reggio
Emilia, in particolare -sempre senza precisa risposta (sembrava quasi
assurdo e « provocatorio soltanto il fatto di sollevarle), anche
perché mai nulla è emerso che potesse in alcun modo incrinare o
oscurare la figura di Alceste, quale l'hanno conosciuto, stimato e
amato i compagni di Lotta Continua che avevano rapporti con lui,
nonostante che noi stessi, perfino impietosamente, si sia scavato in
ogni piega, si sia analizzato ogni aspetto della sua vita. Ad un certo
punto, però, al di fuori di noi e contro dì noi, qualche « maglia »
dell'omertà ha cominciato a rompersi, o quanto meno a sfilacciarsi.
Una matrice « di sinistra »?
Infatti, a partire dalla fine del 1976 e poi specialmente nel corso del
1977, all'interno dell'« area dell'autonomia » (intesa nel senso più
ampio e generico) sono cominciate a « filtrare » voci che attribuivano
a una matrice «di sinistra » l'assassinio di Alceste. Peggio: al farsi
più insistente di queste « voci » (senza precisa indicazione di dati di
fatto, dunque), si aggiungeva in qualche caso una sorta di implicita «
rivendicazione » del suo assassinio, fino al punto di minacciare
qualche compagno « di stare attento a non fare la fine di Alceste
Campanile ».
Queste «voci», queste velate (ma non troppo) intimidazioni sono giunte
fino a noi: e ne siamo rimasti sconvolti e inorriditi. Dunque: mentre
un volantino fascista di « Legione Europa » aveva tranquillamente
rivendicato l'assassinio di Alceste (e il volantino era autentico:
l'aveva scritto quel Ballabeni, che però si protestava estraneo
all'uccisione), c'era invece chi conosceva un'altra «verità» sulla
matrice del suo assassinio, e la taceva, oppure - col passare dei
tempo, a distanza di uno-due anni - cominciava addirittura a farne un
uso intimidatorio nei confronti di altri compagni.
Ma che fondamento poteva avere tutto questo? Che peso si poteva e si
doveva dare a queste « voci », a queste « intimidazioni » allucinanti?
E in ogni caso, perché avrebbe comunque dovuto essere ucciso Alceste
Campanile «da sinistra »? Di quale « colpa » mostruosa (tale da
meritare la condanna a morte con esecuzione immediata) si sarebbe mai
macchiato rispetto al «comunismo », rispetto alla « rivoluzione »? E
chi sarebbero stati, concretamente, i suoi assassini e i loro mandanti?
Quale « verità »?
Nessuna risposta precisa riuscivamo a dare a queste domande.
Genericamente c'era chi diceva che la « matrice » andava individuata in
qualcuno dei « gruppi armati » che cominciavano a formarsi nella
clandestinità nel periodo 1974-75, lo stesso perìodo in cui altri fatti
« mostruosi » cominciavano a verificarsi, quali il sequestro
(conclusosi con l'uccisione) di un ex militante di Potere Operaio, come
Carlo Saronio, organizzato da suoi ex compagni e fatto eseguire da
uomini della malavita organizzata. Ma che rapporto poteva avere Alceste
Campanile con fatti e gruppi di questo genere? O meglio, di quale
infame provocazione assassina è stato fatto oggetto ad opera di gruppi
di questo genere?
Noi non lo sappiamo con certezza, anche se abbiamo fatto mille ipotesi
e vagliato tutti gli indizi disponibili. Sappiamo però che nessuno ha
smentito queste « voci », nessuno ha ritrattato quelle
« intimidazioni ». E sappiamo anche che tutto ciò è « circolato »
ampiamente anche all'interno di molte carceri italiane, quasi come un
fatto « scontato ». Addirittura c'è chi si è meravigliato che Lotta
Continua sia riuscita così tardi a sapere la « verità », oppure c'è
forse chi se ne è fin troppo preoccupato. Ma quale « verità »?
Abbiamo avuto un nostro compagno assassinato: non era il primo, non è
stato l'ultimo. I nostri, i suoi compagni più cari sono stati accusati
da suo padre di essere addirittura loro gli assassini. Abbiamo fatto,
con i compagni di Reggio Emilia e a livello nazionale, tutto il
possìbile per non limitarci a respingere le infami e squallide accuse
di suo padre contro di noi, ma per arrivare a scoprire la verità,
qualunque essa fosse. Abbiamo intenzione di continuare, fino in fondo.
Lo dobbiamo alla memoria di Alceste, lo dobbiamo a noi stessi e a tutti
i compagni che non sono
disposti a rassegnarsi, e men che meno a « giustificare » questo
assassìnio, anche se fosse stato commesso da altri «compagni»: dovesse
pur costarci altre minacce, altri attacchi, altre intimidazioni.
Ma chi ha qualcosa da dire, parli. L'omertà è uno stile mafioso: il comunismo non ha niente a che vedere con la mafia.
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La responsabilità di questa pagina viene assunta collettivamente dalia redazione di «Lotta Continua »
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E il padre afferma
Ieri pomeriggio, Vittorio Campanile, intervistato da Repubblica sul
contenuto del nostro articolo ha detto: «Era ora che LC si decidesse a
cambiare posizione. Fanno bene a scrivere queste cose, ma credo che
sappiano molto di più. Qui si tratta di suicidare qualcuno che sa e non
vuole parlare, qualcuno che ha partecipato all'assassinio di mio
figlio. Lotta Continua, dovrebbe "avere il coraggio di tirare fuori
certi nomi. L'assassìnio di Alceste non è un assassinio politico, è una
vicenda di criminalità legata al sequestro Saronio, i soldi pagati per
quel sequestro sono arrivati qui a Reggio Emilia e mio figlio li ha
visti. Finche campo mi batterò per mandare in galera gli assassini di
Alceste. Ha ragione Lotta Continua, quando scrive che sono stati gli
autonomi, perché è in quell'ambiente che è maturato l'assassìnio».
Queste affermazioni di Vittorio Campanile, fanno parte di un suo
comportamento cui - da subito dopo l'assassinio di Alceste - siamo
abituati. Non servono quindi altri commenti.
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