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2005-11-14 – Giornale di Reggio – Un nuovo libro sull’omicidio di Alceste Stampa E-mail
venerdì, 25 novembre 2005
Lo scrittore Pino Casamassima sta per pubblicare un'inchiesta sul caso del giovane di Lotta Continua. "Credo alla confessione di Bellini"
di Giovanni Vignali

Vive e lavora a Salò, il giornalista e scrittore Pino Casamassima, ma da alcuni mesi lo si può incontrare a Reggio. Sta infatti concludendo il lavoro d'inchiesta sull'omicidio di Alceste Campanile proprio nel momento in cui l'indagine del procuratore della Repubblica Italo Materia è alla stretta finale, e si attendono le richieste di rinvio a giudizio o di archiviazione. «Si tratta di un libro inchiesta - di cui peraltro non è stato ancora deciso il titolo - che uscirà nei primi mesi del prossimo anno» confida.
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Ma cosa l'ha indotto ad occuparsi del caso Alceste Campanile? «Da tempo mi sto dedicando ai cosiddetti anni di piombo - afferma - perché ritengo sia venuto il momento di fare i conti con un periodo chiuso solo giuridicamente, non storicamente né politicamente. Dobbiamo capire e elaborare, per evitare altre stagioni di morte, che qualcuno sostituisca ancora le armi della dialettica con la dialettica delle armi. Perché Alceste? Perché, pur trattandosi di un episodio singolo e colpevolmente rimosso - come tanti, tanti altri -, è sintomatico di quel periodo.

In questa opera si evidenzia, nel corso degli anni, l'esistenza di piste diverse, quasi opposte, scandagliate al fine di arrivare alla verità. Può riassumercele brevemente?

Questa è una vicenda oscura, che ha dovuto attendere quasi un trentennio per arrivare a una conclusione che, tuttavia, presenta ancora delle zone d'ombra relative però solo ai moventi - perché ce ne sono più d'uno - non ai responsabili. Subito dopo l'omicidio, che avvenne la sera del 12 giugno del '75, si percorse,   in modo quasi naturale, logico, la pista nera, perché Campanile era un militante di Lotta continua, e non un militante qualsiasi, uno molto attivo e molto in vista a Reggio Emilia. Ma quasi contestualmente, si insinuò un altro dubbio: che a eliminare Alceste fosse stato qualcuno della sua stessa area politica, per togliere di mezzo un testimone pericoloso. Testimone di cosa? Del passaggio per Reggio Emilia dei soldi del riscatto di Carlo Saronio, morto accidentalmente nella mani del gruppo politico eversivo di estrema sinistra che l'aveva sequestrato per autofinanziarsi. Questa pista prese sempre più consistenza, fino a resistere come quella privilegiata per tutti gli anni successivi, in cui l'inchiesta segnò il passo. Poi, d'improvviso, l'autoaccusa di Paolo Bellini, e quindi l'identificazione della pista vera. Il libro è infatti diviso in tre parti: la pista nera, la pista rossa, la pista vera.

Negli anni '70 una figura che molto si spese per la verità, ma della quale rimane una memoria molto controversa, è quella del padre di Alceste. In questa sua ricerca come esce?

Vittorio Campanile, padre di Alceste, fino alla sua morte, avvenuta nel '96,   ha sì cercato di smascherare gli assassini di suo figlio ma, muovendosi unilateralmente verso la pista rossa, agì come un vero e proprio depistatore delle indagini. Lui era convinto che i responsabili fossero gli stessi compagni di Alceste, e si mosse quasi furiosamente per dimostrare questa tesi. Tesi, come detto, sempre più avvalorata dalla stessa sinistra: Marco Boato, oggi deputato dei Verdi, all'epoca esponente di spicco di Lotta continua, dalle pagine del quotidiano di quella formazione rivolse un drammatico appello ai compagni "chi sa parli": quasi una chiamata di correo per i responsabili che si annidavano a sinistra. Ho avuto modo di visionare la registrazione di una trasmissione televisiva del '97 di una tivù reggiana, in cui si ricostruiva la vicenda Campanile, dando praticamente per scontato che la pista vera fosse quella rossa.

Lei ha avuto la possibilità di incontrare i familiari di Campanile. A trent'anni di distanza cosa le hanno raccontato, come vivono questa vicenda, ora che Bellini ha confessato l'omicidio del loro figlio e fratello?

Lucrezia e Mimmo, madre e fratello di Alceste, hanno piena fiducia negli inquirenti guidati dal procuratore della Repubblica Italo Materia, avendo constatato il rigore col quale stanno portando avanti un'inchiesta riaperta dopo le dichiarazioni del Bellini. Prima di incontrarli, ero abbastanza imbarazzato, perché sapevo di andare a riaprire per l'ennesima volta una ferita comunque non rimarginabile. Mi ha stupito invece la loro serenità, anche se potrebbe sembrare una forzatura spendere questa parola. Una serenità derivante da un dolore elaborato in trent'anni e da una fiducia inscalfibile nel lavoro della magistratura.

La Reggio che ha investigato storicamente è quella che, negli anni di piombo, venne a lungo indicata come la culla di uno dei nuclei storici di brigatisti. Quello di Alceste fu un omicidio politico? Quale era il clima,   secondo la ricostruzione che emerge dagli atti e le interviste realizzate?

Se è vero come è vero che proprio da Reggio Emilia partì un gruppo consistente, non tanto numericamente, quanto qualitativamente - penso ad Alberto Franceschini, leader storico con Curcio - del nucleo fondante delle Br, è altrettanto vero che Reggio ha poi vissuto, né più né meno, le stesse tensioni politiche e sociali dei Settanta. Ricostruendo quegli anni - non solo per il libro su Alceste - ho verificato una situazione tipica di provincia, omologabile a quella di Brescia, ad esempio, dove nel '74 c'è stata una strage ancora impunita, ma non per questo Brescia - la mia città - viveva le situazioni di Milano o Roma. C'era una realtà operaia molto forte, sì, ma la situazione politica generale era tipica della provincia. Voglio dire che se a Milano e Roma gli scontri erano quotidiani, in queste città di provincia si viveva tutto in una maniera meno esasperata. Quello di Alceste, più che un omicidio politico, fu un omicidio balordo, coerente quindi con l'esecutore di quel delitto.

Reggio, Parma, Massa Carrara. L'estremismo di destra che Bellini cita in quest'ultima indagine è un arcipelago piuttosto esteso e ramificato, che a un certo punto maturò la decisione di   eliminare Campanile. Il materiale a sua disposizione dice che era proprio così?

Mettere in piedi una banda armata comunista è, storicamente, molto più complicato rispetto a un'organizzazione di destra, perché un comunista deve identificare un percorso storico, anche quando al centro di quel percorso mette le armi. Per la destra è invece tutto molto più rozzo e quindi più semplice: anche quattro persone possono mettersi insieme per preparare una bomba da infilare in un cestino. Non parlerei tanto di ramificazioni, di un unico disegno, quanto di gruppi singoli che cercavano di affermarsi nella scomposta galassia eversiva di destra. Fra l'altro, Reggio era da sempre la culla della sinistra, mentre Parma lo era per la destra, fin dall'avvento del fascismo, fin dal '19. Città diverse con storie diverse: solo così si può spiegare che le cinque persone inquisite provengano da territori disomogenei fra loro. A Massa c'è chi pensa all'omicidio, a Parma chi procura le armi, a Reggio chi lo esegue, ma ciò non delinea comunque un'organizzazione con le stesse finalità politiche, come le Br, strutturate invece organicamente con le singole colonne, regolate da   un unico Comitato esecutivo.

Nella nostra città agiva un gruppo di personaggi appartenenti alla destra estrema i cui disegni si spingevano ben più in là, rispetto alle risse in piazza durante le manifestazioni o agli scontri con i "rossi"?

In quegli anni, gli estremismi si caratterizzavano per le diverse peculiarità d'appartenenza: le organizzazioni comuniste erano molto più numerose e più radicate nel territorio, mentre quelle di destra contavano pochi elementi, che spesso non avevano neanche un luogo fisico d'aggregazione. Come mi ha confermato Willer Barbieri, reggiano che mi è stato prezioso nella ricostruzione di Reggio di quegli anni, la tipicità di questa città è la stessa di altre città di provincia. I pochi neofascisti di una scuola, ad esempio, si conoscevano per nome e cognome, come appunto in tutte le città, e non potevano avere contatti e confronti politici se non fra loro stessi: non potevano cioè cercare di coinvolgere altre realtà, come avveniva invece per le organizzazioni di sinistra. Le azioni, quindi, erano di conseguenza isolate quanto clamorose, e il clamore doveva servire a rendere in termini di visibilità: normalmente si trattava di azioni vili o di natura squadristica.

Una domanda che tutti si pongono: Bellini è credibile? Le confessioni rese sono sufficienti a suffragare un'indagine che si basa su fatti che risalgono a 30 anni or sono?

Rispondo come la madre di Alceste: sì. Sì perché la sua stessa personalità è compatibile con quell'omicidio. Una personalità quasi borderline. Uccidere il "rosso" Alceste, lo avrebbe accreditato presso la destra eversiva che contava. Che poi contasse davvero, ho i miei dubbi, perché tutto nasce e si svolge in una dimensione di basso profilo. Basti pensare che Bellini unì il cosiddetto utile al dilettevole, la motivazione politica a quella personale: Alceste andava eliminato in quanto traditore, visto che era partito, seppur a 14 anni, dal Msi per arrivare a Lotta continua, e perché - a quanto pare - voleva bruciare l'albergo dei suoi genitori. (g.v.)  

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