
Ma cosa l'ha indotto ad occuparsi del caso Alceste Campanile? «Da tempo
mi sto dedicando ai cosiddetti anni di piombo - afferma - perché
ritengo sia venuto il momento di fare i conti con un periodo chiuso
solo giuridicamente, non storicamente né politicamente. Dobbiamo capire
e elaborare, per evitare altre stagioni di morte, che qualcuno
sostituisca ancora le armi della dialettica con la dialettica delle
armi. Perché Alceste? Perché, pur trattandosi di un episodio singolo e
colpevolmente rimosso - come tanti, tanti altri -, è sintomatico di
quel periodo.
In questa opera si evidenzia, nel corso degli anni, l'esistenza di
piste diverse, quasi opposte, scandagliate al fine di arrivare alla
verità. Può riassumercele brevemente?
Questa è una vicenda oscura, che ha dovuto attendere quasi un
trentennio per arrivare a una conclusione che, tuttavia, presenta
ancora delle zone d'ombra relative però solo ai moventi - perché ce ne
sono più d'uno - non ai responsabili. Subito dopo l'omicidio, che
avvenne la sera del 12 giugno del '75, si percorse, in modo
quasi naturale, logico, la pista nera, perché Campanile era un
militante di Lotta continua, e non un militante qualsiasi, uno molto
attivo e molto in vista a Reggio Emilia. Ma quasi contestualmente, si
insinuò un altro dubbio: che a eliminare Alceste fosse stato qualcuno
della sua stessa area politica, per togliere di mezzo un testimone
pericoloso. Testimone di cosa? Del passaggio per Reggio Emilia dei
soldi del riscatto di Carlo Saronio, morto accidentalmente nella mani
del gruppo politico eversivo di estrema sinistra che l'aveva
sequestrato per autofinanziarsi. Questa pista prese sempre più
consistenza, fino a resistere come quella privilegiata per tutti gli
anni successivi, in cui l'inchiesta segnò il passo. Poi, d'improvviso,
l'autoaccusa di Paolo Bellini, e quindi l'identificazione della pista
vera. Il libro è infatti diviso in tre parti: la pista nera, la pista
rossa, la pista vera.
Negli anni '70 una figura che molto si spese per la verità, ma della
quale rimane una memoria molto controversa, è quella del padre di
Alceste. In questa sua ricerca come esce?
Vittorio Campanile, padre di Alceste, fino alla sua morte, avvenuta nel
'96, ha sì cercato di smascherare gli assassini di suo
figlio ma, muovendosi unilateralmente verso la pista rossa, agì come un
vero e proprio depistatore delle indagini. Lui era convinto che i
responsabili fossero gli stessi compagni di Alceste, e si mosse quasi
furiosamente per dimostrare questa tesi. Tesi, come detto, sempre più
avvalorata dalla stessa sinistra: Marco Boato, oggi deputato dei Verdi,
all'epoca esponente di spicco di Lotta continua, dalle pagine del
quotidiano di quella formazione rivolse un drammatico appello ai
compagni "chi sa parli": quasi una chiamata di correo per i
responsabili che si annidavano a sinistra. Ho avuto modo di visionare
la registrazione di una trasmissione televisiva del '97 di una tivù
reggiana, in cui si ricostruiva la vicenda Campanile, dando
praticamente per scontato che la pista vera fosse quella rossa.
Lei ha avuto la possibilità di incontrare i familiari di Campanile.
A trent'anni di distanza cosa le hanno raccontato, come vivono questa
vicenda, ora che Bellini ha confessato l'omicidio del loro figlio e
fratello?
Lucrezia e Mimmo, madre e fratello di Alceste, hanno piena fiducia
negli inquirenti guidati dal procuratore della Repubblica Italo
Materia, avendo constatato il rigore col quale stanno portando avanti
un'inchiesta riaperta dopo le dichiarazioni del Bellini. Prima di
incontrarli, ero abbastanza imbarazzato, perché sapevo di andare a
riaprire per l'ennesima volta una ferita comunque non rimarginabile. Mi
ha stupito invece la loro serenità, anche se potrebbe sembrare una
forzatura spendere questa parola. Una serenità derivante da un dolore
elaborato in trent'anni e da una fiducia inscalfibile nel lavoro della
magistratura.
La Reggio che ha investigato storicamente è quella che, negli anni
di piombo, venne a lungo indicata come la culla di uno dei nuclei
storici di brigatisti. Quello di Alceste fu un omicidio politico? Quale
era il clima, secondo la ricostruzione che emerge dagli
atti e le interviste realizzate?
Se è vero come è vero che proprio da Reggio Emilia partì un gruppo
consistente, non tanto numericamente, quanto qualitativamente - penso
ad Alberto Franceschini, leader storico con Curcio - del nucleo
fondante delle Br, è altrettanto vero che Reggio ha poi vissuto, né più
né meno, le stesse tensioni politiche e sociali dei Settanta.
Ricostruendo quegli anni - non solo per il libro su Alceste - ho
verificato una situazione tipica di provincia, omologabile a quella di
Brescia, ad esempio, dove nel '74 c'è stata una strage ancora impunita,
ma non per questo Brescia - la mia città - viveva le situazioni di
Milano o Roma. C'era una realtà operaia molto forte, sì, ma la
situazione politica generale era tipica della provincia. Voglio dire
che se a Milano e Roma gli scontri erano quotidiani, in queste città di
provincia si viveva tutto in una maniera meno esasperata. Quello di
Alceste, più che un omicidio politico, fu un omicidio balordo, coerente
quindi con l'esecutore di quel delitto.
Reggio, Parma, Massa Carrara. L'estremismo di destra che Bellini
cita in quest'ultima indagine è un arcipelago piuttosto esteso e
ramificato, che a un certo punto maturò la decisione di
eliminare Campanile. Il materiale a sua disposizione dice che era
proprio così?
Mettere in piedi una banda armata comunista è, storicamente, molto più
complicato rispetto a un'organizzazione di destra, perché un comunista
deve identificare un percorso storico, anche quando al centro di quel
percorso mette le armi. Per la destra è invece tutto molto più rozzo e
quindi più semplice: anche quattro persone possono mettersi insieme per
preparare una bomba da infilare in un cestino. Non parlerei tanto di
ramificazioni, di un unico disegno, quanto di gruppi singoli che
cercavano di affermarsi nella scomposta galassia eversiva di destra.
Fra l'altro, Reggio era da sempre la culla della sinistra, mentre Parma
lo era per la destra, fin dall'avvento del fascismo, fin dal '19. Città
diverse con storie diverse: solo così si può spiegare che le cinque
persone inquisite provengano da territori disomogenei fra loro. A Massa
c'è chi pensa all'omicidio, a Parma chi procura le armi, a Reggio chi
lo esegue, ma ciò non delinea comunque un'organizzazione con le stesse
finalità politiche, come le Br, strutturate invece organicamente con le
singole colonne, regolate da un unico Comitato esecutivo.
Nella nostra città agiva un gruppo di personaggi appartenenti alla
destra estrema i cui disegni si spingevano ben più in là, rispetto alle
risse in piazza durante le manifestazioni o agli scontri con i "rossi"?
In quegli anni, gli estremismi si caratterizzavano per le diverse
peculiarità d'appartenenza: le organizzazioni comuniste erano molto più
numerose e più radicate nel territorio, mentre quelle di destra
contavano pochi elementi, che spesso non avevano neanche un luogo
fisico d'aggregazione. Come mi ha confermato Willer Barbieri, reggiano
che mi è stato prezioso nella ricostruzione di Reggio di quegli anni,
la tipicità di questa città è la stessa di altre città di provincia. I
pochi neofascisti di una scuola, ad esempio, si conoscevano per nome e
cognome, come appunto in tutte le città, e non potevano avere contatti
e confronti politici se non fra loro stessi: non potevano cioè cercare
di coinvolgere altre realtà, come avveniva invece per le organizzazioni
di sinistra. Le azioni, quindi, erano di conseguenza isolate quanto
clamorose, e il clamore doveva servire a rendere in termini di
visibilità: normalmente si trattava di azioni vili o di natura
squadristica.
Una domanda che tutti si pongono: Bellini è credibile? Le
confessioni rese sono sufficienti a suffragare un'indagine che si basa
su fatti che risalgono a 30 anni or sono?
Rispondo come la madre di Alceste: sì. Sì perché la sua stessa
personalità è compatibile con quell'omicidio. Una personalità quasi
borderline. Uccidere il "rosso" Alceste, lo avrebbe accreditato presso
la destra eversiva che contava. Che poi contasse davvero, ho i miei
dubbi, perché tutto nasce e si svolge in una dimensione di basso
profilo. Basti pensare che Bellini unì il cosiddetto utile al
dilettevole, la motivazione politica a quella personale: Alceste andava
eliminato in quanto traditore, visto che era partito, seppur a 14 anni,
dal Msi per arrivare a Lotta continua, e perché - a quanto pare -
voleva bruciare l'albergo dei suoi genitori. (g.v.)