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2007-06-19 - Giornale di Reggio - Oggi Bellini deve convincere il giudice |
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mercoledì, 20 giugno 2007 |
Oggi Bellini deve convincere il giudice Il "killer" davanti al Gup. Rito abbreviato o rinvio a giudizio di Otello Incerti
Stamattina , davanti al giudice per l'udienza preliminare Riccardo Nerucci, si svolge un atto che ha del paradossale: Paolo Bellini deve convincere il magistrato di essere stato proprio lui a uccidere Alceste Campanile, e di aver dunque risolto con la sua confessione un delitto rimasto misterioso dal giugno del 1975: e di averlo fatto assieme a due parmensi, i coniugi Piercelso Mezzadri e Franca Tanzi, un massese, Piero Firomini, e a Roberto Leoni, già segretario reggiano della Giovane Italia, organizzazione giovanile del Msi.Questo delitto era rimasto avvolto dal mistero e perciò fonte di infinite illazioni, fino a quando, nel 1999, arrestato con un blitz al Capriolo di Albinea, Bellini se ne assunse la responsabilità. Per aggiungere , in un secondo tempo, che l'aveva compiuto assieme a Leoni, dopo averlo concordato con i parmensi, membri di Avanguardia Nazionale, associazione sorta a destra del Msi e coinvolta in vicende oscure della storia italiana.
Il problema è che i presunti complici sono usciti, anche se non ancora formalmente, dalla vicenda: il procuratore della Repubblica Italo Materia ha detto che a loro carico non ci sono elementi concreti. Marco Pinotti e Gianni Correggiari, difensori dei coniugi, si presenteranno anche loro, oggi, all'udienza, perché non hanno ancora ricevuto formalmente la notizia dell'archiviazione per i loro assistiti. In aprile avevano minacciato di chiedere che la Procura Generale avochi il caso : temono che Bellini sia processato da solo e che dica quel che gli pare, mentre i loro assistiti sarebbero impossibilitati a replicare, se non come testimoni. Nel frattempo Bellini non è stato creduto per un duplice omicidio che si era attribuito, quello dei due calabresi Puca e Scida, uccisi a Viadana. Oggi Bellini dovrà perciò dimostrare di non essere un mitomane che, per ragioni oscure, ha deciso di attribuirsi, dopo 24 anni , l'assassinio di Alceste , e di tirare in ballo anche altri.
Tra l'altro, nelle sue due versioni, cambia la caratteristica del delitto: nella prima si parla di un crimine non premeditato, nato per rabbia quando , sulla via Emilia per Parma, aveva dato un passaggio ad Alceste, che infatti quella sera aveva detto ad amici che sarebbe andato a ballare in zona. Alceste non aveva la patente ( aveva preferito comprarsi la chitarra, anziché l'auto). Nell'altra versione il delitto sarebbe stato premeditato, deciso da Avanguardia Nazionale per punire un "traditore": Alceste, da ragazzino, era stato iscritto alla Giovane Italia. Nessuno sapeva che Bellini avesse contatti con Avanguardia Nazionale. Era noto come giovane fascista, ma la sua violenza, prima di culminare nel tentativo di omicidio nei confronti del fidanzato di una sorella , a Mancasale, non si era mai esercitata in ambito "politico". Piuttosto, risolveva con bombe e colpi di arma da fuoco questioni molto personali: ad esempio sparò una raffica contro il Capriolo ( bontà sua in una sera di chiusura). Dopo il tentato omicidio di Mancasale, la fuga in Brasile, il ritorno in Italia con il nome di Roberto Da Silva, l'arresto per furto di mobili antichi, la faticosa scoperta della sua vera identità ( nascosta da alte protezioni), un ravvedimento mistico in carcere, poi l'assassinio di un restauratore di mobili, e gli altri omicidi , per conto di clan calabresi. E, nel frattempo, la protezione come pentito e collaboratore, a proposito di rapporti tenuti tra mafia e apparati dello Stato. A Reggio Bellini girava con la scorta.
Questo è il Bellini che si presenta alle 9.30 in Tribunale. Se sceglierà il rito abbreviato, il processo finirà oggi, con sentenza appellabile. Ma, in caso di rinvio a giudizio, Bellini ricomparirà in autunno, a ripetere quanto ha già detto. A meno che non aggiunga qualcosa di nuovo. Potrebbe farlo anche oggi.
Crimine senza spiegazioni, e con tanti veleni Lotta Continua si convinse che l'uccisione poteva essere maturata nel proprio interno
L'ASSASSINIO di Alceste Campanile avvenne nella sera di chiusura della campagna elettorale per le amministrative del 1975. Una campagna che a Reggio era stata tranquilla, il Msi non aveva tenuto il suo solito comizio, che provocava inevitabilmente tensioni, e il Pci si avviava a conquistare nel comune capoluogo più del 50% dei voti. L'anno prima c'era stata la sconfitta dei "clericofascisti" al referendum sul divorzio, e la grande vittoria, per molti inaspettata ( per lo meno in quella misura), probabilmente era un segnale di quello che, anche stavolta inaspettatamente, sarebbe avvenuto a quelle elezioni: un trionfo della sinistra, che conquistò le città più importanti.
La mattina del 13 giugno, quando si diffuse la notizia del ritrovamento sul greto dell'Enza del corpo del giovane militante di Lotta Continua, ucciso da un proiettile alla schiena e da un altro alla nuca, non ci furono dubbi: era un delitto fascista, ma non si riusciva però a capire il motivo: l'unico possibile era quello di una intimidazione in vista delle elezioni. Non era un'idea balzana e preconcetta: la strategia della tensione era iniziata nel dicembre del 1969, con la strage di piazza Fontana, ed erano già evidenti, ai più avvertiti, i legami tra servizi deviati e frange neofasciste. Solo l'anno prima c'erano state due stragi fasciste , la bomba in piazza della Loggia, a Brescia, e l'attentato al treno Italicus. I tempi erano quelli: e durarono a lungo, anche se oggi si tende a dimenticarlo.
Però Alceste non era un personaggio politico in vista, tale da spiegare una sua uccisione "esemplare". Era un ragazzo di 22 anni, appassionato di musica, studente al Dams di Bologna, un gran giro di amicizie, responsabile del circolo culturale di Lotta Continua. Fino a qualche anno prima era stato iscritto all'associazione giovanile del Msi, e i fascisti avevano distribuito fotocopie della sua tessera davanti alla sua scuola, con la scritta " Chi ha tradito una volta può tradire ancora". Ma, oggettivamente era molto poco per spiegare un delitto del genere.
La mancanza di spiegazioni lasciò spazio alle più svariate ipotesi, tutte ruotanti sulla possibilità che Alceste avesse effettivamente "tradito" qualcuno e che fosse stato ucciso per questo. Tradito qualcuno nell'estrema sinistra. Poco prima era stato arrestato a Lugano un suo compagno di classe, Franco Prampolini, trovato, con altri due, mentre stava cercando di mettere in banca circa 70 milioni di lire provenienti dal sequestro Saronio, tragicamente finito con l'uccisione del rapito. Fu seguita, senza esito, la pista secondo la quale Alceste avrebbe potuto sapere qualcosa di questa vicenda, che avesse visto i soldi, o avesse detto qualcosa alla polizia. Ma non emerse nulla. Come non emerse nulla da tante altre piste, una delle quali prese perfino in considerazione la figura del padre Vittorio. Si accertò che questi aveva falsificato la firma di Alceste, dopo la sua morte, per una questione legata all'eredità di una villa. In mancanza d'altro, anche questo poteva essere un movente. Ma ovviamente la cosa era infondata. Il padre, nel frattempo, sconvolto dalla tragica fine del figlio, si era convinto che i mandanti fossero da ricercare tra i suoi compagni di Lotta Continua, in frange terroristiche, e poi in "salotti" reggiani che, non si capiva bene per quale motivo, avevano ordito il delitto. Prima con manifesti affissi a Reggio, poi con ripetute dichiarazioni alla stampa( in particolare al "Settimanale", periodico di centrodestra che voleva essere l'alternativa all'Espresso, e che sulla vicenda imbastì una lunga campagna) additò diverse persone come mandanti, tra le quali l'avvocato Corrado Costa.
La vicenda era diventata talmente oscura e complicata che perfino Lotta Continua credette al clima che si era creato, invitando, con un gran titolo, i "compagni" a dire quello che sapevano. Il padre sembrava davvero convinto delle "verità" alle quali credeva di essere pervenuto in questa sua battaglia: tanto che, finito in carcere per una disavventura legata al suo lavoro all'intendenza di finanza, convinse un compagno di prigionia, delinquente comune, a testimoniare, dietro pagamento, di aver saputo negli ambienti della mala che le cose erano andate proprio come diceva lui. Fu una bomba, anche se la cosa appariva poco credibile. E infatti il superteste, che tra l'altro non aveva ricevuto tutta la somma promessa, ritrattò, e il processo, che si celebrava ad Ancona, si concluse con generali assoluzioni. Dai tanti pentiti delle Brigate Rosse, intanto non veniva fuori nulla ( va detto però che il gruppo del delitto Saronio era di "aspiranti" brigatisti). Restava il buio. Poi, a tanti anni di distanza, è arrivato Paolo Bellini a fare la sua luce, puntandola su se stesso e su presunti complici. |
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