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2007-06-20 - Gazzetta di Reggio - Bellini non ritratta e vuole lo sconto Stampa E-mail
giovedì, 21 giugno 2007
Bellini non ritratta e vuole lo sconto
Udienza flash. Chiesto l'abbreviato. La sentenza arriverà il 30 ottobre

di Tiziano Soresina

Paolo Bellini non fa retromarcia, conferma di essere il killer di Alceste Campanile e chiede di essere giudicato con il rito abbreviato che prevede uno sconto di pena di un terzo.
Tutto in un quarto d'ora, ieri, davanti al gup Riccardo Nerucci che ora avrà il non facile compito di dover entrare nel merito di quanto raccolto nelle indagini dal procuratore capo Italo Materia. Non vi sarà quindi nessuna Assise, tutto si chiuderà nell'udienza preliminare. Il processo — che si è tenuto a porte chiuse — è stato quindi aggiornato al 30 ottobre: in quell'udienza si entrerà nel vivo e non è escluso che Bellini voglia parlare in aula (in termini tecnici potrà fare «spontanee dichiarazioni») per precisazioni o repliche a quanto emergerà in tribunale.

IL PENTITO. Ieri il collaboratore di giustizia 54enne ha mostrato la solita determinazione. Un po' appesantito, vestito in elegante abito scuro, si è seduto a fianco del suo nuovo avvocato difensore (il legale Manfredo Fiormonti di Latina), confermando al microfono la richiesta del giudizio abbreviato. Un breve colloquio con il difensore, poi il rientro nel carcere del centro Italia dove sta scontando la condanna per i delitti che insanguinarono Reggio alla fine degli anni Novanta. Grande spiegamento di forze, in tribunale, per l'arrivo di Bellini, figura ambigua dai tanti nemici, non solo a Reggio. E' giunto in aula con oltre due ore di ritardo, guardato a vista dalla scorta. Prima di entrare in aula ha fumato una sigaretta e poi, senza tradire emozioni, ha affrontato l'ennesimo processo della sua vita, forse il più importante per le implicazioni politiche di un omicidio che scosse non solo Reggio ma l'Italia intera 32 anni fa.

LA PARTE CIVILE. La famiglia Campanile — la madre e il fratello della vittima — si sono costituiti parte civile tramite gli avvocati Enrica Sassi e Tommaso Fazio, quest'ultimo cugino di Alceste. «E' stata accolta la nostra costituzione di parte civile — si limita a dire l'avvocato Fazio di Lecce — e non ci siamo opposti alla richiesta di giudizio abbreviato da parte dell'imputato. Due mosse che riteniamo importanti, affinchè venga accertata la verità».

L'ACCUSA. Appare soddisfatto, all'uscita dall'aula, il procuratore capo Italo Materia che negli ultimi due anni ha riavviato e chiuso le indagini, analizzando faldoni su faldoni e interrogando più volte il pentito. «Bellini non è tornato indietro e ora la sentenza arriverà utilizzando gli atti d'indagine sia remoti che recenti. L'accusa tiene e ritengo l'imputato credibile».

I 4 PRESUNTI COMPLICI. Diverso il discorso sulle altre quattro persone (Roberto Leoni, Piero Firomini, Piercelso Mezzadri e Franca Tanzi) indicati da Bellini come compiici, la cui posizione è ora al vaglio del gip perché la procura ne ha chiesto l'archiviazione. Il giudice potrebbe decidere prima del 30 ottobre e può imboccare tre «strade» diverse: archiviare, chiedere nuove indagini o rinviare a giudizio gli indagati.

Lo zio di Alceste ha scritto al procuratore: "Si indaghi sugli anni della lunga latitanza"

«Indagate negli anni oscuri di latitanza di Bellini». L'ha chiesto, con una lettera alla procura, Emanue-le Campanile, zio di Alceste che lavora, come pediatra, negli Stati Uniti. Non considera del tutto veritiera la confessione dell'ex primula nera e ha chiesto al procuratore capo Italo Materia — che nel 2005 ha riaperto le indagini — un supplemento d'inchiesta, affinchè si scavi sul cambio d'identità di Bellini — nel 1977 diventò Roberto Da Sii va — e soprattutto su quegli anni di latitanza in Sudamerica.
Solo nel 1982 gli inquirenti capirono che il brasiliano Da Silva era in realtà il reg-gianissimo Bellini che, alla fine degli anni Settanta, fece oltre oceano conoscenze a dir poco inquietanti: ex dei servizi segreti deviati, latitanti fascisti che gli fecero i complimenti per l'omicidio di Campanile regalandogli un mitra. Anni trascorsi prima in Spagna, poi in Brasile, Paraguay, Nicaragua.
«Lo spifferare a brandelli che fa Bellini — ha spiegato Emanuele Campanile alla Gazzetta — tradisce o una conoscenza totale della realtà che egli non intende rivelare appieno, sia per paura o giurata omertà, o mancanza assoluta di conoscenza. Se Bellini realmente uccise Alceste, deve dire tutto, rivelare i mandanti ed i motivi dell'omicidio. Solo così può uscire pulito da questa faccenda. L'omicidio di Alceste fu premeditato, organizzato da gente, di destra o di sinistra, che conosceva bene le sue abitudini».


"Ha ucciso lui mio fratello". Domenico Campanile crede alla confessione del pentito

Misurato come sempre, un po' teso perché non è stato certamente facile per Domenico Campanile vedere in aula la persona che ha confessato il delitto di suo fratello, da 32 anni una delle vicende più misteriose nell'Italia dei complotti che sempre stentano ad essere chiariti fin in fondo.
Ha atteso oltre due ore in aula, poi il primo attesissimo atto del processo si è esaurito velocemente, come un batter di ciglia se pensiamo ai tre decenni di indagini e ai tanti colpi di scena registrati nell'evolversi dell'inchiesta.

In un quarto d'ora appena d'udienza che effetto le ha fatto vedere in faccia colui che si dichiara l'assassino di suo fratello Alceste?

«Mah, è troppo presto per dire che sensazioni ho provato — commenta Domenico Campanile fuori dal tribunale — siamo ancora a botta calda, ci devo meditare. L'attesa è stata lunga e noiosa, non facile da capire per chi non frequenta le aule di tribunale. Quando Bellini è entrato in aula ho capito subito che era lui: non ha parlato, se non brevemente al microfono quando è stata formalizzata la richiesta del rito. Bellini era di spalle, vestito elegante, scortato da diverse persone. Difficile farsi un'idea precisa di quest'uomo in così pochi minuti».

Lei crede alla confessione dell'ex primula nera?

«Sì, credo che sia davvero colpevole».

Perché Bellini mise in atto quell'orrenda esecuzione il 12 giugno 1975?

«Ritengo plausibili i motivi politici».

Si aspettava la scelta processuale di Bellini, che ha chiesto il rito abbreviato per chiudere nell'ambito dell'udienza preliminare il suo presunto coinvolgimento in questa brutta storia?

«Era prevedibile questa mossa, per lui conveniente visto che così può avere lo sconto di pena di un terzo in caso di condanna».

In udienza non c'era sua madre (Lucrezia Fazio, ndr) che, comunque, si è costituita parte civile nel processo. Ha preferito evitare l'emozione di un processo atteso così a lungo?

«Sì, è così. Per noi è una ferita sempre aperta».


In aula i compagni di Lotta Continua. "Covava la vendetta"

«Nelle ore subito successive all'assassinio di Alceste c'era tanta rabbia dentro di noi di Lotta continua, c'era chi voleva rispondere subito, assaltando la sede del Movimento sociale in via Roma. Poi prevalse la ragione».
C'è ancora emozione mista a sofferenza nelle parole dell'operaio Rosario Sferruzza, uno degli amici di Alceste Campanile che ieri — insieme ad altri compagni di quegli anni d'intenso impegno politico — ha voluto essere presente al processo atteso dai compagni dell'ultrasinistra ormai da troppo tempo.
«Stavo lavorando in fabbrica quel terribile giorno — prosegue nel toccante ricordo l'operaio che nel '75 era 24enne, di due anni più vecchio d'Alceste — e all'improvviso arrivò in azienda una persona di Cavriago: disse che avevano ucciso un esponente di Lotta continua. Quando seppi che si trattava di Alceste Campanile rimasi di ghiaccio. Cosa pensai subito? Che erano stati i fascisti, perché il clima di quegli anni di contrapposizioni lasciava ampi spazi a questa ipotesi. Ma Alceste venne ucciso in un'esecuzione, un rituale che sa molto di militare se non di mafioso. E visto le cose strane che stavano accadendo in quegli anni, i servizi segreti potrebbero davvero averci messo lo zampino».
Ma chi era Alceste per chi l'ha conosciuto e frequentato nella metà degli anni Settanta? «Era un tipo estroverso, sprigionava voglia di vivere. A quei tempi, all'interno di Lotta continua, c'era una certa divisione fra gli studenti e gli operai. Alceste studiava all'università a Bologna, io lavoravo come operaio alla Lombardini. Si ragionava per gruppi omogenei e anche gli incontri che avvenivano nell'ambito di Lotta continua erano differenziati. Non ho di certo dimenticato — aggiunge Sferruzza — lo sbandamento irrazionale che seguì alla morte di Alceste. Organizzammo subito una manifestazione e la rabbia covava sotto la cenere. Una reazione umana, dopo quello che era successo». Ma non venne versato altro sangue, i ragazzi che volevano fare la rivoluzione non cercarono vendette alla cieca. Lo precisa più volte l'operaio che, in fondo all'aula, viene pian piano raggiunto da altri quattro compagni di quegli anni di forti contrapposizioni con la destra. Willer Barbieri e la moglie Sonia Monti — pure loro ieri in tribunale — hanno allestito su Internet, da due anni, un sito in cui sono stati catalogati documenti, articoli e immagini sulla controversa fine dell'amico freddato in una stradina di campagna. Per non dimenticare.
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