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2007-10-31 - Gazzetta di Reggio - Caso Campanile, prosciolto il colpevole |
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giovedì, 01 novembre 2007 |
 Caso Campanile, prosciolto il colpevole Il Gup Nerucci ha ritenuto il reato prescritto, decisiva l'attenuante della confessione di Tiziano Soresina
REGGIO. A 32 anni dall'omicidio di Àlce-ste Campanile c'è un colpevole — il pentito Paolo Bellini, considerato credibile e che ha premeditato il delitto — ma non può essere condannato perché il reato si è prescritto. E' la sentenza, in punta di diritto, emessa ieri nel tardo pomeriggio dal gup Riccardo Nerucci, dopo tre ore di camera di consiglio.Tecnicamente il giudice ha riconosciuto che Bellini ha effettivamente pianificato il delitto del 22enne militante di Lotta Continua agendo per odio politico, ma ha considerato l'attenuante della confessione del pentito prevalente sull'aggravante della premeditazione: un omicidio perciò «semplice», già prescritto.
Una sentenza che è arrivata dopo cinque ore — fra serrato dibattimento e lunga riflessione sugli atti del gup Nerucci — con tanto di inedito fuggì fuggì generale dall'aula, dribblando i giornalisti attraverso una porta retrostante. Una conclusione — l'omicidio prescritto in vent'anni — che non deve aver convinto più di tanto l'accusa, visto che il procuratore capo Materia — contattato poi telefonicamente — ha già preso posizione: «Farò appello». E non deve essere stato facile accettare la sentenza nemmeno per Domenico Campanile — fratello di Alceste — uscito deluso da una porta secondaria, preferendo non affrontare a botta calda i taccuini. A nome della famiglia — oltre al fratello anche la madre Lucrezia Fazio si è costituita parte civile — parleranno più tardi gli avvocati, a partire dal legale Tommaso Fazio che ha un forte coinvolgimento nella vicenda, essendo primo cugino della mamma. «La sentenza esprime un dato importante: un colpevole è stato trovato ed è Paolo Bellini. Il giudice Nerucci ha ritenuto le attenuanti legate alla confessione prevalenti sulle aggravanti della premeditazione e dei motivi abbietti. Su questo punto giuridico ved-dremo cosa fare, una volta lette le motivazioni della sentenza». Più esplicita l'avvocatessa Enrica Sassi, che lascia intuire come vi fossero ben altre aspettative: «Sulle motivazioni di questa sentenza vedremo sul da farsi una volta lette, di certo qualche perplessità c'è. Ci siamo trovati davanti un pentito ultraprotettq e annunciato da squilli di tromba, che ha fornito una confessione graduale (la prima nel '99, le altre nel 2005, ndr) che non sappiamo nemmeno se attendibile». Perplessità su Bellini a cui un paio di vecchi compagni di Alceste in Lotta Continua danno un'interpretazione ben precisa: legami misteriosi con i servizi segreti. «Con qualche compagno ci si vede ancora — dicono — e se Bellini non si fosse autoaccusato, adesso saremmo ancora a un punto morto. Se gli crediamo? Certo. Ha ucciso Alceste, ha fermato quella generazione, ma guardatelo ora: non ha certo vinto».
La storia
Alceste Campanile morì la sera del 12 giugno 1975, ucciso da due colpi di pistola al cuore e alla nuca, sulla strada Reggio - Montecchio. Un'esecuzione. Alceste, tornato dall'università, si recò a cena dalla madre, poi alle 22 uscì dicendo che sarebbe andato al Redas di Montecchio. L'incontro con gli assassini avvenne poco più tardi. La prima pista battuta fu quella dei gruppi dell'estrema destra, poi si ipotizzò che Alceste fosse stato ucciso dalle Brigate rosse, perché temevano che rivelasse particolari del sequestro Saronio. La svolta nel 1999: Paolo Bellini viene arrestato per alcuni delitti legati all'ndrangheta: subito confessa l'omicidio di Campanile. Una rivelazione che entrerà in un' indagine solo nel 2005, quando il procuratore capo Italo Materia interrogò nupvamente e più volte il pentito.
Bellini si arrabbia con Materia, prima le battute poi il lieve malore
REGGIO. Le battute con gli uomini della scorta, il leggero mancamento che l'ha colto nel bel mezzo dell'udienza, il commento rabbioso nei confronti del procuratore capo Italo Materia quando in aula ha richiesto una condanna di trent'anni di carcere, poi l'abbandono dell'udienza a lettura della sentenza non avvenuta. Ancora una volta la «presenza» a Reggio dell'ex primula nera ha lasciato il segno. Si è mosso come un vero e proprio boss, togliendosi anche il gusto di bisbigliare qualcosa all'orecchio di Materia quando ha lasciato l'aula al termine delle arringhe. E' apparso sicuro di sé come sempre, anche se un po' invecchiato (occhiali da vista, capelli brizzolati) ed appesantito rispetto a quando il suo nome faceva tremare tutta Reggio. Avvolto in un giubbotto di pelle nera, Bellini ha seguito l'udienza in prima fila, al fianco del suo avvocato Manfredo Fiormonti. IL SOLITO RITARDO. Per i soliti disguidi legati al trasferimento dal carcere del centro Italia dove sta scontando la pena di 22 anni e mezzo per i delitti che insanguinarono Reggio fra il 1998 e il 1999, è giunto in ritardo di due ore a bordo di una station vagon nocciola con vetri anneriti e un'auto come scorta. Sette uomini lo guardano a vista e l'arrivo del pentito scuote gli animi, un «fremito» che subito si coglie all'esterno dell'aula dove sono confinati i cronisti e gli amici di Alceste Campanile perché il processo è a porte chiuse. RETROSCENA SARDO. Della vita di Bellini — che va decisamente ben oltre un romanzo — è filtrato ieri l'ennesimo retroscena. C'è stato anche un suo «passaggio» in Sardegna quando ha abbracciato il ruolo di collaboratore di giustizia, coinciso con le confessioni-fiume di otto anni fa in questura a Reggio, dove si autoaccusò di omicidi a raffica, fra cui a sorpresa proprio quello di Alceste Campanile. Dopo aver vissuto sotto protezione in una caserma, Bellini era stato «confinato» in una casa privata in Sardegna e lì è stato prelevato quando la sentenza sui delitti di Reggio è divenuta definitiva. Quindi dalla terra sarda ad un carcere dell'Italia centrale, dove è sottoposto però al regime speciale previsto per i pentiti. LO SCATTO D'IRA. Ma ritorniamo a ieri in tribunale, all'incedere sicuro dell'ex bandito della Mucciatella che durante il viaggio verso Reggio scherza con gli agenti della scorta, per poi far sentire tutto il suo «peso» in aula, manifestando il «non gradimento» alle conclusioni del pubblico ministero che più è entrato nella sua vita misteriosa a furia di interrogatori e di processi. Secondo l'ex primula nera, Materia ha avuto la «mano» troppo pesante, chiedendo la condanna a trent'anni di reclusione. E il suo disappunto «filtra», arrivando sino a chi regge l'accusa. Si sono fronteggiati talmente tante volte che questa sarà solo l'ennesima «puntata». E' lo scatto di un momento, superato alcune ore dopo quando Bellini non può attendere la sentenza — per non perdere a Bologna la coincidenza dell'aereo che lo riporterà in cella — ma il tempo lo trova per un ultimo saluto al «suo» procuratore. Si ritroveranno: il procuratore capo Materia intende impugnare la sentenza...

"Un bossolo finì nell'auto" Il particolare rivelato dall'ex primula nera
REGGIO. Fra i riscontri che hanno dato «peso» alla confessione di Paolo Bellini c'è un particolare che è emerso solo ieri in udienza. Nel suo racconto agli investigatori l'ex primula nera ha specificato che solo il giorno dopo l'omicidio si era accorto che un bossolo si era infilato in un'intercapedine della portiera della sua auto. Un particolare che poteva conoscere solo lui, visto che gli inquirenti, sul luogo dell'omicidio, avevano trovato solo uno dei due bossoli emessi dalla pistola 7.65 usata per uccidere Alceste Campanile, colpito in testa e al cuore in una vera e propria esecuzione in quella stradina secondaria fra Montecchio e Sant'Ilario. «Bellini è credibile — ha detto fuori dall'aula il suo legale — e i riscontri vi sono». E' II 2 febbraio 2005, quando per la prima volta dal giorno del suo arresto, Bellini fornisce agli inquirenti una nuova versione politica dell'omicidio Campanile. Nel 1974 Bellini è infiltrato nel Msi per volontà di suo padre Aldo. Si muove tra Massa e Parma. A Massa conosce i fratelli Giulio e Piero Piro-mini, che lui dice essere tra i referenti di Avanguardia nazionale, che in quella zona ha il proprio leader in un certo Cannassi. In questo contesto, Bellini dice di conoscere — sempre in quel periodo, ma a Parma — Roberto Leoni, Piercelso Mezzadri e Franca Tanzi. Bellini fonda anche a Reggio un gruppo di Avanguardia nazionale. Racconta ai suoi camerati dell'attentato a cui era da poco sfuggito, alla Mucciatella di Puianello. «Si decise che bisognava dare a Campanile una lezione». Messa così, tutto farebbe pensare a un pestaggio. E anche Bellini la pensa così, fino a quando, da Massa, non arriva un altro tipo di ordine. Un giorno Bellini è alla piscina della Mucciatella, riceve la visita di Franca Tanzi, la moglie del titolare del bar sotto la sede dell'Msi di Parma, Piercelso Mezzadri. «A Massa hanno deciso che Campanile va eliminato. Lo faranno loro, a voi spetterà di curare l'aspetto logistico». Poco dopo Mezzadri consegna a Bellini delle armi: una Walter Ppk, una 7,65 e una 6,35. Di queste Bellini userà poi solo la 7,65, che poi riconsegnerà a Firomini che la butterà in mare. Le altre due resteranno per un po' nascoste dentro un tombino della luce all'interno della tenuta della Mucciatella. Poi Bellini dice di averle restituite al Mezzadri. Arriva il giorno dell'omicidio. I casi della vita: mentre fanno un sopralluogo incappano in Campanile che fa autostop. «Lo facemmo salire a forza in macchina — spiega Bellini — io guidavo e passai la pistola a Leoni perché lo tenesse a bada». Poi l'esecuzione: Campanile viene fatto scendere dall'auto e Bellini gli spara un primo colpo al petto. «Poi passai la pistola a Leoni dicendo-gli:"Devi firmarlo anche tu". Lui prese la pistola e gli sparò. Poi tornammo verso Reggio». «Andiamo al night a farci l'alibi» disse Bellini. |
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