|
2007-11-01 - Giornale di Reggio - Il fratello: volevamo una condanna severa |
|
|
|
domenica, 04 novembre 2007 |
Il fratello: volevamo una condanna severa. "Provo profonda amarezza, ma è stata riconosciuta la verità"
DOPO la sentenza che martedì scorso ha applicato la prescrizioni, riconoscendo le attenuanti generiche, e ha mandato prosciolto Paolo Bellini per l'assassinio di Alceste Campanile, il fratello Domenico si dice amareggiato, ma osserva che l'assassino resta comunque in carcere, anche se per altri delitti. Ricordiamo che Paolo Bellini si autoaccusò dell'assassinio del giovane militante di Lotta Continua, indicando successivamente altri estremisti di destra come complici, nel giugno del 1999, dopo essere stato arrestato al ristorante Capriolo di Albinea. Stava preparando un altro delitto, e la polizia, che lo teneva controllato, intervenne tra i commensali. Dopo l'arresto Bellini si auto accusò di diversi omicidi, collegati alla criminalità comune, e confessò anche l'assassinio di Alceste. Scrive il fratello Domenico: «Dopo 32 anni l'omicidio di mio fratello Alceste ha un colpevole riconosciuto da una sentenza del Tribunale di Reggio Emilia. E' questo il fatto più importante. Durante l'udienza di martedì nessuno ha posto in dubbio la colpevolezza di Paolo Bellini, né che si sia trattato di un omicidio organizzato e preparato con cura. Dopo 32 anni, difficili e dolorosi, è stata accertata una matrice precisa e definitiva: l'omicidio è maturato negli ambienti dell' estrema destra. Certo ci si aspettava una condanna severa, 30 anni, così come richiesto dal procuratore Materia, ma al pluriomicida Bellini sono state riconosciute le attenuanti generiche e solo la lettura delle motivazioni potrà spiegare il perché. A quel punto l'effetto giuridico non consentiva soluzioni intermedie: le attenuanti, visti gli anni trascorsi, hanno fatto scattare la prescrizione. Per Bellini non si può procedere: è colpevole, ma non dovrà scontare alcuna condanna per l'omicidio commesso. Questo lascia una profonda amarezza, ma non cambia molto nella sostanza: Paolo Bellini rimarrà comunque in carcere per le condanne già ricevute. Resta che un punto importante sia stato segnato, un punto che ricostruisce una verità fondamentale sui responsabili di questa vicenda così lunga e tormentata».
Indagini difficili, lunghe e depistate contro la sinistra
LA DOMENICA 15 giugno 1975 si votava per le amministrative, l'anno prima c'era stata la vittoria laica sul divorzio ma nessuno si attendeva l'incredibile successo che il Pci avrebbe avuto. In questa atmosfera la mattina del 13 giugno si diffuse la notizia dell'assassinio di Alceste Campanile, giovane di Lotta Continua, trovato ucciso da due colpi di pistola in un viottolo che scendeva ali' Enza. I missini, in quella campagna elettorale, a Reggio non avevano neppure fatto un comizio, che in genere era fonte di tensioni. Ma l'opinione di tutti fu che si trattava di un delitto fascista, anche se i motivi non apparivano chiari: Alceste Campanile non era stato ucciso in uno scontro, ma in quello che sembrava un agguato. Un delitto che appariva premeditato con una trappola, perché in quel posto Alceste era arrivato assieme al suo o ai suoi assassini. Ci fu un primo depistaggio: un fascista di Parma rivendicò l'omicidio con un volantino, ma venne scoperto e si stabilì che non c'entrava niente. Le indagini, come si dice, brancolavano nel buio. Si seguivano tutte le piste possibili ed immaginabili. Ad un certo punto sembro trovare una certa consistenza quella legata al sequestro Saronio, finita con l'uccisione, forse involontaria, dell'ostaggio. Poco prima dell'assassinio di Alceste, un reggiano, Franco Prampolini, era stato preso in Svizzera mentre cercava di mettere in una banca svizzera 70 milioni del sequestro: la somma era stata nascosta nel dop-piofondo di una bombola dell'auto, operazione realizzata a Reggio. L'ipotesi sulla quale si lavorò era che il giovane di Lotta Continua avesse saputo di questo e lo avesse detto alle forze dell'ordine, consentendo l'arresto in Svizzera, e che per questo fosse stato ucciso. Ma non emerse mai nulla a conferma di questa ipotesi investigativa. Che non fu l'unica: le indagini vennero appuntate anche sul padre Vittorio, che aveva falsificato, dopo che Alceste era morto, la sua firma, e questo per una vicenda di eredita. A lato delle indagini, ci fu una campagna di incredibili calunnie contro la sinistra.
Il mondo politico dell'epoca perplesso dalla sentenza Renzo Bonazzi, Antonio Bernardi e Otello Montanari di Otello Incerti
COME sindaco di Reggio, Renzo Bonazzi prese la parola dal palco allestito in piazzale Fiume, ai funerali di Alceste Campanile, assieme ad Adriano Sofri, segretario nazionale di Lotta Continua. Il senatore ricorda bene la tensione di quei giorni in città e oggi, di fronte alla sentenza che ha assolto Paolo Bellini per prescrizione dall'assassinio che 10 stesso ha confessato, vuole limitarsi ad alcune considerazioni. «Non ho letto il dispositivo della sentenza, e perciò non entro nel merito. Osservo solo che se un magistrato serio e preparato qual è il procuratore Italo Materia ha deciso di ricorrere in appello qualche motivo di perplessità deve esserci». «In secondo luogo riflessione amara. Il fatto che una sentenza di l°grado arrivi dopo oltre 30 anni dal delitto è comunque una sconfitta per la giustizia, che non ha saputo evitare la prescrizione». Bonazzi conclude con una considerazione: «Dalla sentenza trova conferma, in ogni caso, quello che noi pensammo fin dal primo momento: quello era un delitto della destra». Antonio Bernardi era il segretario provinciale del Pci, partito che proprio il 15 giugno del 1975 superò a Reggio il 50% dei voti. «Per usare un eufemismo, la sentenza mi lascia alquanto perplesso. E' una sentenza che lascia allibiti e con la bocca amara, se si pensa che sono state concesse le attenuanti per un delitto così pesante, evidentemente premeditato e se si pensa che si va verso il proscioglimento di quelli che sono stati indicati come compiici. Non possiamo dire che giustizia sia stata fatta». Bernardi continua: « L' uccisione di Alceste fu un grave delitto, ferì profondamente la città, e in un momento pericoloso, a conclusione di una difficile campagna elettorale carica di tensione. Poteva smuovere altre logiche perverse, in quelle ore e in quei giorni era forte la preoccupazione, e il nostro impegno era volto ad evitare che ciò avvenisse». La sera del 13, ricordiamo, ci furono momenti di tensione in piazza Martiri del 7 luglio, quando gruppi di estremisti disturbarono la manifestazione indetta dal comitato unitario antifascista. Bernardi ricorda poi altre tensioni, e miasmi, che per un lungo tratto accompagnarono le indagini: «La destra tentò un linciaggio, cercando di attribuire alla sinistra le responsabilità del delitto. Furono tirate in ballo persone del tutto innocenti. Ricordo l'avvocato Corrado Costa, letteralmente perseguitato da questa campagna di disinformazione. I giudici hanno però stabilito chi è stato il vero colpevole, anche sela sentenza lascia perplessi». Di questo clima avvelenato parla anche Otello Montanari, all'epoca presidente del Cominato unitario antifascista per l'ordine democratico. «Ci fu - dice Montanari -una grande speculazione, il tentativo di imbastire una grossa speculazione dalla quale ritengo la sinistra si sia difesa malamente, pur non avendo alcuna responsabilità nel delitto. Una campagna orchestrata dalla destra, che non esitò ad infangare innocenti con accuse terribili ed incredibili. Un vero e proprio depistaggip, protrattosi a lungo, utilizzando i mezzi di informazione. Qui vorrei ricordare il comportamento esemplare della madre di Alceste, che non si prestò mai a queste torbide manovre». «Per quanto riguarda la sentenza - conclude Montanari -osservo che la verità è venuta fuori, e questo mette anche nella giusta luce i depistaggi di cui parlavo. Sono molto colpito dal fatto che sia stata applicata la prescrizione, ma vedo che anche la procura della Repubblica non è convinta... ». |
|