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2007-11-02 - Gazzetta di Reggio - Il giallista Lucarelli: verdetto che non spiega Stampa E-mail
domenica, 04 novembre 2007
Il giallista Lucarelli: verdetto che non spiega
di Tiziano Soresina

«Peccato, una sentenza che non spiega». Una frase che ben sintetizza la delusione dello scrittore Carlo Lucarelli davanti al delitto di Alceste Campanile finito nel dimenticatoio della prescrizione.
Lucarelli sa muoversi sapientemente fra i meandri della letteratura noir, ma ? anche un'affermata firma di programmi televisivi in cui troneggiano i misteri d'Italia.
E fra i casi insoluti per il noto programma Rai «Blu Notte» ha scelto, non a caso, la misteriosa fine di Alceste Campanile e ha lavorato a lungo attorno alla vicenda, studiando a fondo gli atti d'indagine, intervistando tante persone.
Il tutto con il massimo rigore. Ne uscì una ricostruzione affascinante e completa, mandata in onda quattro anni fa quando ancora la soluzione giudiziaria era lontana.

Dopo 32 anni di colpi di scena è arrivata, in tribunale a Reggio, la «mannaia» della prescrizione...

«Già, ma una sentenza di prescrizione è una sentenza che non spiega. Parlo da cittadino curioso e questo epilogo giudiziario al momento non spiega davvero niente. Sino a che punto Bellini è credibile? E' stato aiutato da qualcuno? E le piste che facevano riferimento all'estrema sinistra? A meno che il giudice Riccardo Nerucci non depositi (fra 90 giorni, ndr) delle motivazioni che facciano un bel quadro storico approfondito, come, ad esempio, è successo con la sentenza su Andreotti ».

Lei ha approfondito il contesto in cui avvenne la morte di Alceste. Cosa non le torna ancora?

«Beh, innanzitutto i movimenti di Campanile quella maledetta sera. Alle 21.45 Alceste esce da casa dei suoi dicendo che farò un
giro. Poi lo vedono in piazza Prampolini, dove vi sono altri ragazzi che cantano. Alceste si ferma a parlare con uno di loro e gli d? un appuntamento,
per mezzanotte, in un'osteria. Ma c'è un'altra testimonianza, non confermata, però, che segnala il 22enne in una pizzeria verso Parma, vicino a Sant'Ilario, in compagnia di alcune persone. Un'ora dopo, due al massimo, ed è morto».

E il dubbio che abbiano sparato due pistole diverse, come dice la perizia balistica del 1981, e non una sola come ha raccontato Bellini?

«Sarebbe davvero importante ritrovare questo passaggio nelle motivazioni della sentenza. Sul luogo del delitto vennero trovati un bossolo e due proiettili calibro 7.65. Uno è integro e l'altro ? deformato, come se uscendo dal corpo di Alceste avesse colpito un sasso, ma il suo stato di conservazione è sufficiente perchè il perito balistico possa affermare che è stato sparato da un'altra pistola. Cosa significa? Che a sparare ad Alceste, con due persone diverse, sono state probabilmente due persone. Uno gli ha sparato alla testa e l'altro al petto, ricordiamocelo».

Nella sua ricostruzione di una figura enigmatica come Bellini si è soffermato su un particolare: finì in carcere col nome di Roberto Da Silva e vi restò
per un po', visto che le sue impronte erano sparite dagli archivi. Un'opera, quest'ultima, da servizi segreti deviati e gli amici di Alceste sono proprio convinti che l'ex primula nera sia «protetto» da forze oscure...

«Dico solo che altre persone nelle sue stesse situazioni farebbero pensar male. In effetti Bellini l'ho ritrovato in non pochi frangenti strani. La sua è
una posizione interessante, per esempio, quando lo ritroviamo nell'ipotetica trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato durante le stragi del 1993. E poi quel rimanere sotto falso nome in carcere per non poco tempo lascia perplessi. Chi fece quella leggerezza? Il direttore del carcere come spiegò il fatto? Sarebbe bello che Bellini spiegasse tante cose...».


Il giallo delle due pistole calibro 7.65
Una perizia indica un «buco» nella confessione dell'ex primula nera


C'è un punto non indifferente della confessione di Paolo Bellini che non convince. L'ex primula nera ha raccontato agli inquirenti d'aver sparato per primo un colpo in testa al giovane militante di Lotta Continua, mentre il secondo proiettile al cuore sarebbe stato esploso dal complice Roberto Leoni (ma la posizione di quest'ultimo verrà archiviata per mancanza di riscontri) a cui Bellini passò l'arma. Ma la perizia balistica che venne effettuata 26 anni fa parlò di due colpi sparati da pistole diverse.

Come stanno veramente le cose? O la perizia balistica del 1981 è stata clamorosamente superata da una più recente che ha confermato gli spari di un'unica arma come ha riferito Bellini, oppure quest'ultimo non ha detto la verità perchè gli accertamenti del dottor Luciano Cavenago dell'istituto di Medicina legale dell'Università di Genova sono rimasti validi a ventisei anni di distanza.
«Durante il sopralluogo - spiegarono gli investigatori - sono stati rinvenuti due proiettili calibro 7.65: uno infisso nel terreno sotto il cadavere in corrispondenza del foro di uscita alla regione dorsale e l'altro a due metri circa di distanza dal punto ove era stato rinvenuto il cadavere». Su quei due proiettili il perito era stato categorico. «Dagli esami è stato possibile appurare - sottolineò il dottor Cavenago - che fra le varie impronte non vi è alcuna analogia di raffronto e pertanto si è stabilito che i due elementi balistici sono stati esplosi da due armi differenti».
Fra l'altro in uno dei due proiettili furono trovate «probabili tracce di intonaco», il che fece ipotizzare agli investigatori che Campanile potesse essere stato ucciso altrove e il corpo trovato nella strada di campagna fra Montecchio e Sant'Ilario fosse il frutto di una messinscena. (t.s.)

«Bellini non c'entra, i colpevoli sono altri, a sinistra»
Dagli Usa, lo zio di Alceste riconferma tutti i dubbi sulla credibilità del pentito


Non ha mai creduto alla confessione di Paolo Bellini. Ora che è giunto il proscioglimento del pentito, lo zio di Alceste - l'80enne Emanuele Campanile, pediatra che vive negli Stati Uniti - intende ravvivare la sua voce piena di dissenso. E tramite una e-mail punta decisamente l'indice verso gli ambienti di Lotta Continua degli anni Settanta, come del resto fece anche Vittorio Campanile (padre di Alceste), convinto com'era che gli assassini di suo figlio fossero da cercare nell'estrema sinistra «Come prevedevo - scrive Emanuele Campanile - Paolo Bellini è stato prosciolto. Spiacente che molti reggiani, come Willer Barbieri (amico di Alceste ma anche vecchio compagno di lotta politica, ndr) siano rimasti delusi. Speravano che con la condanna di Bellini la sinistra e Lotta Continua sarebbero stati scagionati. Purtroppo siamo punto e daccapo. Le ragioni dell'uccisione di Alceste sono ben altre che quelle addotte da Bellini - specifica lo zio paterno - e vanno ritrovate proprio in Lotta Continua. Il dottor Italo Materia lo sa, come lo so io e lo sanno molti a Reggio. Cos il mistero che avvolge l'uccisione di Alceste e ci assilla da 32 anni rimarrà sepolto sotto il muro del silenzio (omertà). Ci sarà un altro processo e, mi auguro, sapremo finalmente la verità».
Durante le indagini condotte fra il 2005 e il 2006 dal procuratore capo Materia, lo zio di Alceste si fece sentire con una lettera, chiedendo che si approfondissero gli anni oscuri della latitanza di Bellini. Non è stato fatto, perchè per la procura l'omicidio maturò negli ambienti reggiani dell'estrema destra, con Bellini come killer spietato. Invece per Emanuele Campanile l'ex primula nera non ha mai detto fino in fondo la verità. E qui il discorso scivola sulle frequentazioni di Bellini in Sudamerica, quando abbracciò la latitanza e cambiò incredibilmente identità (nel 1977 diventò il «brasiliano» Roberto Da Silva). In quegli anni Bellini-Da Silva fece conoscenze a dir poco inquietanti: ex dei servizi segreti deviati, latitanti fascisti che gli fecero addirittura i complimenti per l'omicidio di Campanile regalandogli un mitra... Anni trascorsi prima in Spagna, poi in Brasile, Paraguay, Nicaragua. Secondo lo zio di Alceste su quella fuga sudamericana vi sarebbe da indagare, per capire quali sono i collegamenti con i due colpi di pistola che il 12 giugno 1975 misero fine ai sogni del 22enne militante di Lotta Continua.

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