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"Bellini mente, la pista giusta è rossa" Lui può essere il killer ma i mandanti sono gli ex amici di Lc di Tiziano Soresina
REGGIO. «Bellini è credibile per chi gli vuole credere». E' decisamente tranchant il giudizio che, da Oltre Oceano, negli Srati Uniti dove vive, Emanuele Campanile, da della sentenza che il gip del tribunale di Reggio Riccardo Nerucciha emesso nel processo contro Paolo Bellini, imputato dell'omicidio di Alceste Campanile. Con una lettera alla Gazzetta ricostruisce l'uccisione di suo nipote, smonta la confessione di Bellini e indica una pista peraltro già battuta negli anni '80 dagli inquirenti, «n processo di Bellini è stato costruito solo sulle dichiarazioni dell'imputato, ritenute '"credibili" sia dal procuratore capo Italo Materia che dal giudice Nerucci. Esse sono credibili solo per coloro che vogliono credere; ciò scagiona la sinistra da ogni responsabilità nel delitto di Alceste, avalla il mito del "delitto di marca fascista" creato dal Pci il 13 giugno 1975 e pone fine a 32 anni di dolorosa ricerca della verità». TROPPI DUBBI LEGITTIMI. «Molti legittimi e ben fondati dubbi sulla credibilità di Bellini sono stati dall'onorevole Mauro Del Bue nella sua ottima ricapitolazione della storia di Alceste in Tuttoreggio del 2995-04-01. ''Restano fondati dubbi su un'autoaccusa improvvisa non richiesta e funzionale a un po' troppi benefici" (Bellini chiese la scarcerazione perchè collaboratore di giusti-zia). Basta leggere l'analisi di Del Bue per convincersi che Bellini non è credibile. Uguali dubbi sono stari espressi da Paolo Ricci, l'amico più intimo di Alceste, nella lettera da lui sollecitata da Willer Barbieri, e da Carlo Lucarelli (Gazzetta di Reggio. 2007-11-02). Questi, inoltre, solleva inquietanti quesiti che non hanno avuto riscontro nel processo di Bellini perché niente affatto considerati dal pm e, quindi tuttora irrisolti e validi. Io, com'è ben noto, non ho mai creduto a Bellini perchè le sue '"storie" non hanno alcun fondamento o merito di credibilità». LE CONFUSE CONFESSIONI. A questo punto Emanuele Campanile passa alla pars denstruens del suo discorso, ovvero si occupa di distruggere la testimonianza di Bellini. «La testimonianza resa da Bellini davanti al sostituto procuratore di Bologna, Maria Vittoria De Simone, è confusa e frammentaria, come di chi non sa quel che dice. Bellini stesso ammette: "L'altro giorno ero scombussolato, sconfusionato...quando mi dicevano: dai..fai l'elenco (dei mandanti)... allora io buttai giù un elenco...".Buttai giù un elenco? Un elenco qualsiasi? Nomi buttati giù alla rinfusa? Alla richiesta dell'ispettore Desiderio di dire i mandanti e la verità, Bellini reagisce: ".. Ma scusi, io sto giocando, sto giocando tutto quello che è la mia famiglia, la mia vita, il mio futuro...non posso". Bellini non può fare i nomi dei mandanti e dire la verità - sostiene Emanuele Campanile - perché, se lo fa, ci va di mezzo la famiglia, la sua vita, il suo futuro. Bellini, quindi, non è credibile perchè non ha detto e non intende dire la verità sia per viltà che giurata omertà». LA PISTA ROSSA. Secondo lo zio di Alceste sono altre le piste da battere, anche tenendo fermo il protagonista principale. «C'è da chiedersi con Mauro Del Bue: e tutto quello che Marco Boato ha captato in quel 1977 sarebbe un'invenzione, una stravaganza, un depistaggio? La Procura e la stampa reggiana sono rimasti incastrati nell'appartenenza di Bellini alla destra, onde la Primula Nera. Si è dimenticato che Bellini ventiduenne girava con le tasche piene di danaro la cui provenienza non è difficile immaginare: danaro sporco. (La lite tra Bellini e Gioè, come Bellini ammise, fu una questione di droga). Si dimentica che Bellini è e rimane soprattutto un mafioso, un mercenario che esegue ordini impartiti dal vertice». Campanile torna sui legami di Alceste con Lotta Continua: «Si sa - scrive - che Alceste era a conoscenza del riciclaggio per Reggio del riscatto Saronio. Dopo l'arresto di Franco Prampolini, suo compagno di Liceo, e di Carlo Fioroni a Lugano mentre riciclavano parte del riscatto Saronio. Alceste disse alla madre per ben due volte: "Tanto prima o poi mi faranno fuori". Predizione avverata. Perché e da chi si sentiva minacciato Alceste? Non certo da Bellini. Due giorni prima del suo omicidio Alceste confida all'amico Michele Moramarco durante un comizio in Piazza Prampolini che stava per lasciare Lotta Continua. Quale orrenda e ripugnante verità - si chiede Campanile - era venuto a conoscere da fargli dire di aver riscontrato in Lc una "totale assenza di valori umani"? Crollavano così i suoi ideali ed ogni fiducia riposta in Lc. E' da supporre che il sottinteso di tale sua decisione fu motivo sufficiente da farlo eliminare d'urgenza perché non parlasse». MOVENTE BANALE. Così, secondo Emanuele Campanile: «Uccidere Alceste perché aveva tradito passando dalla Giovane Italia a Lotta Continua è un movente banale e senza senso. Uccidere Alceste perché avrebbe potuto tradire parlando è l'unico movente plausibile del delitto. Ciò è confermato dal fatto che «Marco Boato, nel 77 capta che in ambienti che sconfinano ormai nella illegalità, si sente dire: "Attento o farai la fine di Alceste Campanile". Altro che fascisti. Gli assassini di Alceste erano lì tra i giovani che volevano sparare al nemico di classe o al traditore. (Mauro Del Bue)». IL DELITTO. Poi Emanuele Campanile contesta anche la ricostruzione del delitto fatta in sentenza: «La sera del 12 giugno 1975 - scrive - Alceste aveva appuntamento con l'amico Bruno Fantuzzi che doveva fare il trasloco nella casa di Alceste. Fantuzzi non si presentò (Strano!). Era andato a cinema con la sua insegnante, Claudia Copelli. Alceste disse ad alcuni amici che andava a ballare al Redas. Come vi giunse non si sa. Si sa che ''un ragazzo di nome Guido giura di averlo visto al Redas verso le 22,30 ed alla Fratta (ristorante di Montechiarugolo) verso le 23 e colà discutere animatamente con tre personaggi e poi andarsene su una Volkswagen (gialla) targata Parma". Una Volkswagen gialla e non una Mini Minor. L'omicidio, come sappiamo, avvenne a breve distanza di tempo». Ancora: «la ricostruzione che Bellini fa del delitto e le inferenze che il giudice Nerucci ne deriva non quadrano col referto medico legale e la perizia balistica del 13 giugno 75. Il giudice Nerucci ignora il fatto che nel sangue di Alceste non fu trovata traccia di adrenalina, indice che Alceste era calmo e sereno quando fu ucciso, il che non sarebbe se la storia di Bellini fosse vera». Per quanto riguarda i colpi ravvicinati e «la testimonianza di Angelo Antonio Di Raimo non vi sono problemi; il primo colpo fu sparato in macchina, il secondo, al torace, a brevissima distanza, dopo che Alceste fu deposto per terra supino. Bisognava fare in fretta per evitare di essere scoperti. Nerucci scrive nella sua sentenza: "Bellini non parla di spostamenti del cadavere dopo gli spari, circostanza coerente con il fatto che sulla scena del delitto non sono stati trovati segni di trascinamento del corpo". Beh, qui non riesco a capire la logica e la coerenza del giudice Nerucci. Se Alceste fu ucciso in ginocchio come afferma Bellini e come crede Nerucci, il cadavere sarebbe ricaduto bocconi. Ora tocca al giudice spiegare come mai il cadavere fu rinvenuto supino col colpo sparato al cuore sotto il suo peso. Bellini afferma, e sia Materia che Nerucci accettano, che ad uccidere Alceste furono in due: lui sparò il primo colpo, poi passò la pistola a Leoni, che sparò il secondo. E GLI ALTRI? Domando, come mai Leoni non è stato processato come correo con Bellini? Quale spiegazione offre la corte? Ai presunti complici, Mezzadri-Tanzi-Leoni-Firomini, è stato negato il loro diritto di difendersi dalle accuse di Bellini; grave errore giudiziario perché, oltre a negare loro i diritti di difesa garantiti ad ogni cittadino, li condanna a restare per sempre nell'opinione pubblica come "presunti complici". Perché? Forse - azzarda Campanile - si temeva che nello scontro tra accusa e difesa molto probabilmente sarebbe risultato che Bellini mentiva». Alceste fu ucciso non perché "aveva tradito e bisognava dargli una lezione". Fu ucciso, come Mino Pecorelli, perché sapeva troppe cose. Il suo omicidio fu pianificato dalla sinistra tra Reggio e Roma. Evidentemente - dice Campanile - il pm Italo Materia non ha voluto avventurarsi ad indagare nel campo minato della sporca politica reggiana e nazionale degli anni 70. Il processo giuridico è soprattutto ricerca della verità nessuna verità è emersa nel processo Bellini. Nella storia dell'uccisione di Alceste esso è solo un banale capitolo nel quale il protagonista si fa gioco del sistema giudiziario italiano. |